spiderpork

Cogito ergo sum …liber!



Nella memoria collettiva, nella verità narrativa, nel dramma personale e nella gioia comunitaria… il pensiero dell'uomo è alla base della sua libertà. Questo è il blog di Marco Caporicci ;)

Una (laica) preghiera

Stempero l’amarezza e la tristezza per queste ca**o di convocazioni mancate, di chiamate inutili e di attese ancor più vane, con questa magnifica canzone di Vinicio Capossela, grandioso artista pugliese di cui mai bene si riuscirà veramente a parlarne.
Sin dal primo mento che ho ascoltato questa dolce melodia ho gridato al capolavoro; ne sono testimoni le persone che mi sono vicino e che ne hanno pazientemente sopportato l’esecuzione per poi annuire sinceramente.
Un capolavoro, dicevo, ma anche una preghiera. Laica, s’intende. Pur sempre preghiera però, in quel misto di speranza e annullamento, certezza e richiesta. Da cantare a occhi chiusi, nel favore delle accoglienti opacità notturne e con in cuore ciò che di più abbiamo di caro, persona o ricordo che sia.

httpv://www.youtube.com/watch?v=dJpPFBv5DEg&feature=related

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  • Classificato in: musica, myself
  • Solipsismi gastronomici

    Metti una sera a cena, in cui sei da solo.
    Tu che convivi e sei sposato al momento non puoi capire, devi solo affidarti ai ricordi.

    Buon appetito!

    Buon appetito!

    Metti una sera a cena, in cui sei da solo. Hai a disposizione la cucina, tua sposa per una serata. Pochi ingredienti ma tanta fantasia e inizi. La base di verdure è cosa buona e giusta. E via a soffriggere cipolla e aglio in camicia e ad aggiungere ad esso peperoni e zucchine tritate; come aggiunta finale del buon pomodoro pachino.
    La scelta della pasta è caduta sulle mezze maniche, adorabili nel contenere un po’ il tritato di verdure. Pasta alle verdure fu il mio primo.
    E fu primo e fu secondo, e il cuoco vide che era cosa buona e giusta.

    Già secondo… cosa fare?
    Uova ci sono, ma che banale rifugiarsi sempre nella solita frittata… e allora? Allora: omelette!
    Un po’ di prosciutto, due fette di sottilette… e via.
    E fu primo e fu secondo, e il cuoco vide che era cosa buona e giusta.

    Come accompagnare questo ben di Dio, veramente venuto su mooooolto buono?
    “Ho delle bottiglie in riserva”, penso, “potrei attingere ad esse!” Furtivo salgo sulla sedia, apro l’anta sopra il frigorifero e tra alcune chicche scelgo un ottimo vino portoghese, Domini s’antitola.
    Della regione del Douro, nei pressi di Porto, ha 14° di spessore alcoolico e un colore rubino da vendemmia 2004!
    E fu primo e fu secondo, pur senza contorno. E il cuoco vide che era cosa buona e giusta.

    Ora che scrivo questo post sono di fronte all’ultimo bicchiere di vino, con l’uva che mi accompagna a mò di Caronte digestivo in questa nottata.
    Perché fu primo e fu secondo, pur senza contorno, ma con tanto vino attorno. Il cuoco vide che era cosa buona e giusta e mai ci fu così che più gli gusta.

    Di godersi una ser in beata solitudine
    in cui la cena fu mia sposa e il mio gusto
    tant’è che sì appagato fui nel gusto
    che di sapor gustai da sol in beatitudine

    Aggiornamento sulla scuola

    Va sempre peggio!
    Pure questa volta ne sono fuori… 30 persone per una cattedra o spezzone di essa.
    Posso organizzare un V3 day tutto per la scuola? Posso? Vabbé, intanto inizio sottovoce:
    “‘fanculo….”

    Il futuro del bambini non fa rima con Gelmini

    httpv://it.youtube.com/watch?v=GQCze_A5Thc

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  • Classificato in: myself, scuola
  • Futuro precario

    Se si potesse riformare la nostra grammatica e riformulare le coniugazioni dei verbi, proporrei di introdurre questo tipo di futuro, il futuro precario.
    Basterebbe poco a pronunciarlo e anzi, i primi sostenitori e promotori di questo nuovo modus parlandi potrebbero essere coloro i quali si trovano nella mia situazione.

    Mi trasferisco a qualche anno fa quando, nel lontano 1998 iniziavo a costruire la mia fortuna universitaria barcamenandomi tra il piano degli studi e le classi di concorso. Poter insegnare le materie per le quali da lì a poco mi sarei laureato era un bel sogno da perseguire e la possibilità di poter aggiungere ad esse la lingua italiana nonché quella latina (allora si poteva) furono per me un incentivo concreto.
    Invece no.
    I primi sogni conobbero l’asprezza della realtà e il millennium bug colpì anche il ministero della pubblica istruzione per cui il mio corso di laurea non fu più considerato abilitante e non potevo, ahimè, insegnare più materie di quanto avevano previsto. Pazienza, un primo addio alla lingua dei padri e a quella dei nonni e via, in vista della laurea e di ciò che sarebbe arrivato dopo.. cosa? boh…
    Anni dopo, passato l’ardore informatico (utilissimo invero) che mi condusse a rallentare un po’ la corsa, mi laureai alla splendida età di 24 anni – il quarto di secolo alle porte- e giovine carne da macello tentai, con un po’ di studio estivo, di tentare la sorte verso un quadro didattico più ad ampio respiro: dottorato o specializzazione per l’insegnamento.
    Quel misto di fortuna e di bravura mi condusse, ringraziando i raccomandati all’università, a poter entrare nella ssis – la stessa che ora si è chiusa – attraverso un discreto esame d’ammissione e a iniziare a frequentare, in cattività, tre lunghi anni. Certo, fare la ssis voleva significare fare ciò che avevo appena affrontato all’università: corsi di psicologia dello sviluppo, di sociologia, di pedagogia, di didattica… speravo quindi di poter saltare a pié pari un anno almeno.
    Invece no.
    E via col replay di molti esami fatti, di molti professori conosciuti e che avrei voluto sinceramente evitare. Così non avvenne, e fu sera e fu mattina. Tre anni passarono, molti amici-colleghi incontrati, belle esperienze di tirocinio, pessime lezioni di formazione. Eppure il futuro precario, quello per cui tu dici: bene, dopo 4 (che divennero 6 ma poco importa) + 2 + 1 (tre anni corrispondono a due abilitazioni)… cioè dopo 7 anni di studio avrò diritto al lavoro, all’inserimento diretto in graduatoria…
    Invece no.
    Per il mio ciclo ssis le porte della graduatoria non si aprirono, e furono contestazioni, incontri in collettivo, manifestazioni. Cambierà qualcosa, gridavamo!
    Invece no.
    Le graduatorie si aprirono l’anno successivo e fu subito bolgia. Intanto si iniziò a lavorare in una scuola privata, sottopagati e con sforzi di orario incredibili. Si iniziarono a sentire agli esami cose inenarrabili – dal libro di Socrate al fratello gemello dell’Emilio di Rousseau e così via – nonché ad aspettare compensi di lavori svolti che allora speravamo potessero arrivare subito.
    Invece no.
    I soldi non sono arrivati tuttora e non so se arriveranno. In graduatoria ci sono entrato e per fortuna l’anno scorso ho iniziato ad insegnare alla scuola pubblica. Da dicembre… ma ho iniziato. Continuerò, ne sono sicuro!
    Invece no.

    Lo dico da sempre: le cattedre si trovano da IKEA

    Lo dico da sempre: le cattedre si trovano da IKEA

    Non ci sono convocazioni, cattedre disponibili, spezzoni varii. Ci sono solo i tagli, arroganti, pretenziosi e ignobili, per il corpo docente, per ristabilire gli equilibri di cassa di governi che non sanno distribuire equamente le risorse a quei settori che più dovrebbero esserne beneficiari.
    Sentivo oggi un’intervista al primo ministro danese: loro puntano sull’istruzione sopra ogni altra cosa, perché sanno che da lì tutto comincia. Sarà anche per noi uguale?
    Invece no.
    Da noi non è così, da noi si donano soldi alla difesa, ai benefici elitari delle masse, alla conservazione dei privilegi clientelari delle lobbies. Da noi non è così.

    Mi avvio alla conclusione citando un’avvenimento successo l’anno scorso, in un quarto liceo.
    “Prof, ma lei ci sarà l’anno prossimo?”
    “No, mi spiace.. è quasi impossibile che ritorni qui”
    “Ah e come mai?”
    [segue spiegazione tra classi di concorso, graduatorie, chiamate, immissioni in ruolo e così via]
    “Capito… e quando avrà una cattedra?”
    “Se le cose stanno così (notare il futuro precario), penso tra 5, 6 anni”
    “Insomma quando non avrà più l’entusiasmo di ora”
    “…”

    Così dopo anni di studio e di speranze, di entusiasmo mai scemato – spero confermeranno i miei ex alunni che leggono questo blog – mi trovo qui, a declamare versi in un futuro precario.
    Al momento la rima non c’è e se mai ci sarà sarà veramente da preoccuparsi.

    καλή τύχη

    Ovvero, buona fortuna in Greco.
    Con queste parole ho salutato la gente del posto, volti e persone degne di rispetto e cordiali, luoghi e spiagge selvagge ma ospitali.

    Costa in Thassos

    Costa in Thassos

    Ebbene sì, sono tornato dalla Grecia, da questo immenso e incredibile viaggio che mi ha portato due settimane via – ero realmente al di fuori di ogni cosa – dal caos romano e dalla stanchezza accumulata in un anno di lavoro&incazzamento (fatta eccezione della dolce parentesi croata).
    L’itinerario da subito prescelto si basava su percorsi esterni al turismo di massa (leggasi italiano) e su una vicinanza alle tradizioni e alle persone di ogni luogo che si andava a visitare. Così è stato, infatti.
    Dal momento dell’imbarco, a Brindisi anziché Bari, a quello dell’arrivo, Igoumenitsa anziché Patrasso. Dalla prima tappa, sulle Meteore fino ad arrivare a delle splendide insenature sull’estremo di terraferma bagnata dall’Egeo.
    Anche la scelta delle isole, Skiathos dapprima e Thassos in seguito è stata felicissima. La prima, con spiagge da cartolina è forse più turistica della seconda, avendo meno possibilità di muoversi lungo il perigeo tanto da concentrare nella cittadina omonima quanti più turisti possibili.
    L’isola di Thassos, invece, è un gioiello verde e azzurro incastonato a nord dell’Egeo.
    Riposo e tanto sole… tanto da avere la così ricercata linea dell’abbronzatura! – mischiati a tanta tradizione e religiosità diffusa, nonché a singolari modi di fare e di essere, tali da essere all’estremo. Si passava dall’accoglienza di una signora nella cucina della sua taverna per farci vedere i piatti che poi ci avrebbe servito fino alla strafottenza di alcuni greci che mai e poi mai avrebbero chiesto scusa per esserti venuti addosso e averti rifilato caracche da antologia.

    Concludo dapprima linkando definitivamente la pagina nel mio fotoblog dove sono contenute tutte le foto della vacanza in Grecia e infine ringraziando il mio compagno di viaggio, Riccardo, in posa assieme a me manco fossimo i Pink Floyd.
    Ce l’abbiamo fatta anche stavolta!


    Una foto un po' alla "Us and them"

    Una foto alla Us and Them

    Un post lungo la strada

    Ciao a tutti,
    il blog continua a sfornare post ma in realtà è tutto programmato. Io me ne sto, lo spero realmente, beatamente sulle coste greche a sollazzarmi al caldo del sole e a sciacquettare il mio onorevole deretano nelle limpide acque elleniche.
    Vi lancio però, poco prima di partire, un po’ di melanconia che vi arriverà quasi a metà agosto.

    “…veramente non ti abbiamo chiesto cose melanconiche!”
    ” Aridaje… di chi è il blog?”
    “…tuo”
    “Debbo aggiungere altro?”
    “…no, ho capito”
    (esce di scena, col volto un po’ triste e rassegnato)

    Tornando a noi, il video che intravedete qui sotto è un grandioso e suggestivo prodotto dei Beatles, la cui canzone, The long and winding road è uscita in Let it be del 1969.
    Si parla di strada e di amori, di attesa e di tentativi, di vento e di arrivi. Una canzone che a risentirla oggi, così messa su, dà i brividi e piace dannatamente.
    Buon ascolto!

    httpv://it.youtube.com/watch?v=COMsKPeWAsw&feature=related

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  • Classificato in: musica
  • Stiamo CARMI

    Nel senso plurare di Carme, composizione poetica!
    Mettiamoci dunque in piena disposizione d’ascolto, confondendo emozioni e nostalgie, ricordi e sensazioni, dolori e passioni e lasciatemi introdurre un carme di Catullo, serendipitamente ritrovato, realmente molto suggestivo.

    Amore e cupido sorridono insieme

    Inserisco sia la versione latina che, a seguito, la traduzione. Buona sognante lettura.

    “Vivamus mea Lesbia,atque amemus,
    Rumoresque senum severiorum
    Omnes unius aestimemus assis.
    Soles occidere et redire possunt;
    Nobis cum semel occidit brevis lux,
    Nox est perpetua una dormienda.

    Da mi basia mille, deide centum,
    Dein mille altera, dein seconda centum,
    Deinde usque altera mille, deinde centum.
    Dein, cum milia multa fecerimus,
    Conturbabimus illa, ne sciamus,
    Aut ne quis malus invidere possit,
    Cum tantum sciat esse basiorum.”


    “Dobbiamo mia Lesbia vivere, amare,
    le proteste dei vecchi tanto austeri
    tutte, dobbiamo valutarle nulla.
    Il sole può calare e ritornare,
    per noi quando la breve luce cade
    resta una eterna notte da dormire.

    Baciami mille volte e ancora cento
    poi nuovamente mille e ancora cento,
    e dopo ancora mille e ancora cento,
    e poi confonderemo le migliaia
    tutte insieme per non saperle mai,
    perché nessun maligno porti male
    sapendo quanti sono i nostri baci”.

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  • Classificato in: myself
  • Essere italiani

    Ciao a tutti e bentrovati in questo afosissimo (non so voi ma io sudo, anzi, il sudore mi esce manco fossi una fontanella) agosto.
    Vi scrivo che sono tornato da una prima tornata di vacanza in quel della Croazia, sull’isola di Brac. Vacanza bella e riposante, piena di bei panorami e un bel mare… quando il sole si degnava di affacciarsi (vero, Yuki? ;) )! Colgo l’occasione per invitarvi alla visione delle foto già pubblicate sul mio solito fotoblog: potete commentare pure lì le foto, lo sapete?

    Torniamo però al titolo del post, titolo – ve ne sarete accorti – impegnativo e a rischio di banalizzazione pura da parte mia.

    Il dito medio di Bossi

    Ormai è diventato un modo di dire, ma spesso mi trovo a chiedere di fare vacanze o di visitare posti al netto degli italiani, ovvero senza che alcun chi di italico incroci il mio quieto camminare.
    Perché?
    Perché spesso (evito la prima, grande, generalizzazione) gli italiani all’estero sono insopportabili, molto più di quanto spesso lo siano qui in Italia.
    Siamo abituati al nostro folklore, tanto che consideriamo normale – accettandolo – che si può parlare a voce alta anche senza l’effettiva presenza di rumore, o che in una fila si fa prima a passare per le vie laterali. Abbiamo esternato con fin troppa gioia (io ero uno di questi) la nostra vittoria al Campionato del mondo del 2006 e da bravi conquistatori pensiamo di poter espandere la nostra supremazia un po’ ovunque. Supremazia da ingegno, da artefizio, da “fatta la legge si trova l’inganno”, da conquistatori accaldati, da chi può far tutto senza che gli si venga detto niente, da chi ha (lo disse Berlusconi forse pensando che anche questo fosse merito suo) il bel tempo e la buona cucina.
    I paesi che ci ospitano hanno ormai capito l’andazzo della nostra, tutta presunta, supremazia. E si sono attrezzati, in strutture e spirito per bene accoglierci. Ricordo nel mio ultimo viaggio a Praga, città che amo moltissimo, una discreta ostilità verso noi italiani soprattutto da parte delle istituzioni, così come non vorrei mai trovarmi a discutere con qualsivoglia polizia dei vari stati giustificandomi, oltre che per una presunta colpa, anche per un certo stereotipo in cui si cadrebbe.
    Sottilizzando ancor di più (e strizzando l’occhio al rischio) si potrebbe dire che alcuni italiani, tra i tanti, perseverano nel loro essere provinciali. Sì, sapete di chi parlo e so pure che qualcuno di loro leggerà questo post. Cari partenopei, perdonatemi, ma talvolta alcuni di voi sono realmente arroganti, maleducati e omm’e niente. Specie in nave, specie in quei posti dove il resto del mondo è in silenzio e nel rispetto dei propri vicini, specie ovunque il vostro parlare ad alta voce (avete paura di essere inascoltati?) rompe la quiete di un luogo.
    Non siete i soli, lo ammetto, ma siete i più.

    Torna allora la domanda iniziale: come rispondere alla mia autoctonofobia quando sono all’estero? Quali sono i criteri (ce ne sono?) affinché possiamo tranquillamente definirci italiani e vivere bene con il mondo?
    Difficile se non impossibile rispondere a questa domanda, il rischio è cadere nello stesso luogo comune nel quale ho rischiato di cadere prima.
    Siamo onesti: ci sono alcune cose ancora comunemente condivise e rispettate dagli altri. Gli altri sanno che molto spesso le nostre capacità sociali sono positive, che sappiamo sorridere ed essere calorosi, che sappiamo farci accogliere e che rispondiamo con l’affetto. Sanno che dalla nostra parte c’è una non rara capacità di ingegnarsi, non per cercare il dolo, ma per cercare di venir fuori alle difficoltà con leggerezza e disimpegno. Sanno pure che l’incontro con un italiano che rispetta ed è educato ripaga dei tanti a-educati irrispettosi compatrioti.
    Noi stiamo perdendo quel senso di italianità che a fatica abbiamo contruito nella storia, facendoci strada tra i molti conquistatori di terre e i pochi, ma più radicali, conquistatori d’anime. Tra questi ultimi non siamo ancora riusciti a far da parte il caimano, quello che più ha imposto e inculcato nella nostra testa l’idea di un modo di vivere decerebrato, amorale e quanto più individualistico possibile.

    Se portassimo avanti la nostra capacità di rispetto, di umili tentativi di inserirsi – pur se nel breve tempo di una vacanza – nella cultura dei luoghi che visitiamo, sapessimo confonderci nel silenzio dei luoghi che visitiamo, sapessimo ascoltare il rumore del vento e il colore delle onde, trovassimo l’audacia di parlare qualche parola nella lingua del posto (oltre che a un almeno decente inglese), se capissimo che il mondo non è ai nostri piedi semmai noi al cospetto di luoghi e territori da lasciare uguali, se non in condizione migliore di come li abbiamo trovati…. se insomma riuscissimo a fare tutto questo, non potremmo godere di una migliore considerazione da parte degli altri?

    Eppure ci vuole poco, realmente. Basta uscire un po’ da se stessi e dal provincialismo della propria coscienza e capire cosa dicono gli sguardi della gente dei luoghi di vacanza. Cosa loro esprimono e cosa cercano di comunicarti. Basta essere un po’ meno italiani per essere ancora più italiani al ritorno in patria… e non c’è dito medio che tenga.

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  • Classificato in: myself, politica
  • The child is grow(ing)

    Da molte parti si dice sempre che a ogni cambio di anno o a ogni data importante è giusto fermarsi e riflettere, facendo un vero e proprio punto della situazione della propria vita. Io che sono cresciuto a mozzarelle di bufala e zabaione (tutto mischiato e di prima mattina) strizzo l’occhiolino a questa massima ma più di tanto non oso smuovere quell’immenso masso intrecciato che è la mia (in)coscienza.
    Andiamo con ordine però.
    Di quale importantissima data sto parlando?

    ventinove

    Ma non siamo al 16, direte voi, che c’entra il 29? Ce li giochiamo al lotto?
    Se volete sì, ma nel 16 di questo mese io compio 29 di quegli anni che un po’ tutti abbiamo, chi più chi meno.
    Così, in un mondo che mi sta dando sempre meno soddisfazioni e mi porta sempre più in quel mondo realistic-pessimista che fuggivo come peste fino a qualche anno fa, sono ancora aggrappato a quel 2-, prefisso tardo adolescenziale, benché ormai sia pienamente proteso verso i cosiddetti enta che mi aspettano al varco!
    Ad ogni modo, smetto di autocommisserarmi e vabbè, vi saluto, che ormai le rughe stanno comparendo a due a due finché non diventano dispari sul mio faccino da schiaffi!

    Ciao ciao :)

    Il nuovo gingillo Apple™

    Carissimi,
    ormai è giunto il tempo per annunciarvi l’uscita del nuovo giocattolino di casa Apple™, ovvero l’iPhon 1G.
    iPhone

    Potrete resistere?

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  • Classificato in: rotfl, tech
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    I miei cinguettii

    Lollom86Lollom86: @notturno79 grazie marcoooo!!! bella la spagna!!! divertiti e fai tante foto che poi le voglio vedere!!! ciaoooo
    3 weeks ago from web
    notturno79notturno79: I uploaded a YouTube video -- La vera musica contro la tecno! http://youtu.be/FjsR1mPPV7Q?a
    4 weeks ago from Google
    notturno79notturno79: @Lollom86 ciao Lollo! Io starò ancora per un po' in Spagna e poi ho il campo parrocchiale. Divertiti!
    4 weeks ago from Twitter for Android
    notturno79notturno79: Una notte in Tarifa, tra tapas e birra! http://twitpic.com/2clb7r
    4 weeks ago from Twitter for Android
    notturno79notturno79: I uploaded a YouTube video -- Un viaggio molto ventoso! http://youtu.be/dmrQGX4HJw4?a
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