Nella memoria collettiva, nella verità narrativa, nel dramma personale e nella gioia comunitaria… il pensiero dell'uomo è alla base della sua libertà. Questo è il blog di Marco Caporicci ;)
28 nov
Secondo la legge italiana, o meglio, secondo le regole economiche prodotte dalla legge italiana e di governo in governo accettate, condivise, incrementate e quant’altro, al lavoratore dipendente viene tolta dalla busta paga un 27% circa per assolvere i pagamenti di tributi (tasse). Questo al netto delle varie ritenute comunali, regionali, provinciali e così via.
Ma c’è di più. Facciamo un esempio pratico. Il mio.
Lavoro nella scuola, ma non in un’unica scuola, poiché sono precario. Lavoro in diverse scuole che, per legge e in virtù di questi contratti spezzati, hanno come opzione di default quella di non toccare la tua busta paga per calcolare detrazioni irpef, facendole così sommare. Lavoro quindi, nel corso del 2007, saltuariamente, tra almeno 4 scuole e accumulo 4 CUD diversi. Nessuno mi toglie niente dalla busta paga che, ingenuamente, considero come unico referente per il fisco: ovvero, togliete quello che vi pare, fate voi e non mi voglio interessare di nulla.
Ma non è così.
Quei soldi non detratti dalla busta paga si sono sommati e, a fronte della cifra annua guadagnata nell’anno, mi trovo a pagare il 27% di tasse, nonché 700€ di conguaglio allo stato per l’irpef non tolto dalla busta paga.
Ma non basta.
Debbo pagare pure 699€ per “anticiparmi” per l’anno prossimo. Ché se guadagno bene, me li ridanno pure. Ma se non guadagno a sufficienza debbo lasciarli allo stato. Ma, chiedo, se le varie scuole mi avessero detratto l’irpef? Facile, buste paga più leggere. Basti però pensare che, in media, la mia busta paga è stata di 600€ mensili… con l’irpef andava almeno a 530 se non ancora più bassa.
Sono senza parole, veramente.
Più uno è precario, più uno guadagna di meno e più devi pagare allo stato e, al contempo, guadagnare sempre meno.
Sussidio di disoccupazione allora.
Sì, peccato che va DICHIARATO pure quello! Cioè, io non percepisco un tot sufficiente per vivere, perché non lavoro o sono stato licenziato, così che lo stato mi sussidia con alcuni soldi e debbo pure dichiarare (=pagarci le tasse sopra) quella misera cifra?
No, qui c’è qualcosa che proprio non va.
23 ott
Causa un po’ di stress – malinconia – insoddisfazione – pessimilrealismo e non so quant’altre cose, state vedendo come l’aggiornamento del blog procede molto lento e tramite immagini.
Farò lo stesso anche in questo articolo, me ne scusa ma va così.
Non è un’immagine né un video da youtube, bensì un documento pdf relativo all’intervista del nostro ex presidente della repubblica (r volutamente minuscola), nonché senatore a vita, Francesco Cossiga rilasciata in questi gg.
Mai intervista fu più grave e lo dico realmente. Buona lettura.
15 ott

Le tre D della Gelmini
[...to be continued...]
16 set
Va sempre peggio!
Pure questa volta ne sono fuori… 30 persone per una cattedra o spezzone di essa.
Posso organizzare un V3 day tutto per la scuola? Posso? Vabbé, intanto inizio sottovoce:
“‘fanculo….”
Il futuro del bambini non fa rima con Gelmini
8 set
Se si potesse riformare la nostra grammatica e riformulare le coniugazioni dei verbi, proporrei di introdurre questo tipo di futuro, il futuro precario.
Basterebbe poco a pronunciarlo e anzi, i primi sostenitori e promotori di questo nuovo modus parlandi potrebbero essere coloro i quali si trovano nella mia situazione.
Mi trasferisco a qualche anno fa quando, nel lontano 1998 iniziavo a costruire la mia fortuna universitaria barcamenandomi tra il piano degli studi e le classi di concorso. Poter insegnare le materie per le quali da lì a poco mi sarei laureato era un bel sogno da perseguire e la possibilità di poter aggiungere ad esse la lingua italiana nonché quella latina (allora si poteva) furono per me un incentivo concreto.
Invece no.
I primi sogni conobbero l’asprezza della realtà e il millennium bug colpì anche il ministero della pubblica istruzione per cui il mio corso di laurea non fu più considerato abilitante e non potevo, ahimè, insegnare più materie di quanto avevano previsto. Pazienza, un primo addio alla lingua dei padri e a quella dei nonni e via, in vista della laurea e di ciò che sarebbe arrivato dopo.. cosa? boh…
Anni dopo, passato l’ardore informatico (utilissimo invero) che mi condusse a rallentare un po’ la corsa, mi laureai alla splendida età di 24 anni – il quarto di secolo alle porte- e giovine carne da macello tentai, con un po’ di studio estivo, di tentare la sorte verso un quadro didattico più ad ampio respiro: dottorato o specializzazione per l’insegnamento.
Quel misto di fortuna e di bravura mi condusse, ringraziando i raccomandati all’università, a poter entrare nella ssis – la stessa che ora si è chiusa – attraverso un discreto esame d’ammissione e a iniziare a frequentare, in cattività, tre lunghi anni. Certo, fare la ssis voleva significare fare ciò che avevo appena affrontato all’università: corsi di psicologia dello sviluppo, di sociologia, di pedagogia, di didattica… speravo quindi di poter saltare a pié pari un anno almeno.
Invece no.
E via col replay di molti esami fatti, di molti professori conosciuti e che avrei voluto sinceramente evitare. Così non avvenne, e fu sera e fu mattina. Tre anni passarono, molti amici-colleghi incontrati, belle esperienze di tirocinio, pessime lezioni di formazione. Eppure il futuro precario, quello per cui tu dici: bene, dopo 4 (che divennero 6 ma poco importa) + 2 + 1 (tre anni corrispondono a due abilitazioni)… cioè dopo 7 anni di studio avrò diritto al lavoro, all’inserimento diretto in graduatoria…
Invece no.
Per il mio ciclo ssis le porte della graduatoria non si aprirono, e furono contestazioni, incontri in collettivo, manifestazioni. Cambierà qualcosa, gridavamo!
Invece no.
Le graduatorie si aprirono l’anno successivo e fu subito bolgia. Intanto si iniziò a lavorare in una scuola privata, sottopagati e con sforzi di orario incredibili. Si iniziarono a sentire agli esami cose inenarrabili – dal libro di Socrate al fratello gemello dell’Emilio di Rousseau e così via – nonché ad aspettare compensi di lavori svolti che allora speravamo potessero arrivare subito.
Invece no.
I soldi non sono arrivati tuttora e non so se arriveranno. In graduatoria ci sono entrato e per fortuna l’anno scorso ho iniziato ad insegnare alla scuola pubblica. Da dicembre… ma ho iniziato. Continuerò, ne sono sicuro!
Invece no.
Non ci sono convocazioni, cattedre disponibili, spezzoni varii. Ci sono solo i tagli, arroganti, pretenziosi e ignobili, per il corpo docente, per ristabilire gli equilibri di cassa di governi che non sanno distribuire equamente le risorse a quei settori che più dovrebbero esserne beneficiari.
Sentivo oggi un’intervista al primo ministro danese: loro puntano sull’istruzione sopra ogni altra cosa, perché sanno che da lì tutto comincia. Sarà anche per noi uguale?
Invece no.
Da noi non è così, da noi si donano soldi alla difesa, ai benefici elitari delle masse, alla conservazione dei privilegi clientelari delle lobbies. Da noi non è così.
Mi avvio alla conclusione citando un’avvenimento successo l’anno scorso, in un quarto liceo.
“Prof, ma lei ci sarà l’anno prossimo?”
“No, mi spiace.. è quasi impossibile che ritorni qui”
“Ah e come mai?”
[segue spiegazione tra classi di concorso, graduatorie, chiamate, immissioni in ruolo e così via]
“Capito… e quando avrà una cattedra?”
“Se le cose stanno così (notare il futuro precario), penso tra 5, 6 anni”
“Insomma quando non avrà più l’entusiasmo di ora”
“…”
Così dopo anni di studio e di speranze, di entusiasmo mai scemato – spero confermeranno i miei ex alunni che leggono questo blog – mi trovo qui, a declamare versi in un futuro precario.
Al momento la rima non c’è e se mai ci sarà sarà veramente da preoccuparsi.
18 giu
Esame di stato 2007/2008: Prima prova.
Inizia male questa mia nomina, sbalzato come sono diventato da una scuola a un’altra, pur essendo sempre la medesima commissione.
Dai tre, e ripeto 3, Kilometri che mi separavano da casetta, agli almeno 10 dell’attuale scuola, la Vincenzo Arangio Ruiz appunto.
Scuola debbo dire semplice e molto tranquilla, a due passi dal laghetto dell’EUR e circondata da pini e una discreta vegetazione. La classe è interamente composta da ragazze, 15 in tutto. Sembrano brave e sveglie, speriamo nell’orale. Le loro tesine vertono su alcune tematiche anche interessante sulle quali è possibile – speriamo che sia fattibile pure – un sano e intelligente confronto.
Colleghi in gamba e simpatici, una presidente di commissione precisa seppur un po’ imbranata col pc, globalmente la mia valutazione è positiva e posso quindi ritenermi soddisfatto.
Solo due cose per concludere: la prima, che mi ha colpito molto, è nel vedere due ragazze già madri; una di esse col figlio già grande – “eh, l’ha fatto in terzo” mi diceva un collega – e la seconda in cinta almeno al quinto mese. Qualcosa, permettetemi, non va. Stiamo fuori da ogni criterio di educazione sessuale, per non dire educazione alla responsabilità e un vivere morale, che pare brutto parlarne.
La seconda cosa, diversa per tenore, è un commento sui temi che mi sembrano essere buoni pur con rischi evidenti: laddove si parla del lavoro o della visione dello straniero nell’arte si rischia il luogo comune e laddove viene chiesto di parlare di scienza non ne viene data una possibile definizione rischiando così che i candidati parlino di tutto tranne del che cos’è la scienza, concetto chiave e propedeutico per qualsiasi analisi.
Banalissimo, per altro, il tema di attualità. Poteva essere posto diversamente e allora sì che assumeva sostanza e corpo diverso.
Buona seconda prova per domani
PS
Vincenzo Arangio Ruiz chi ca**o è?
Wikipedia dice questo, per la cronaca!
18 giu
Gira che ti rigira, la ruota delle nomine e degli incarichi per questo Esame di Stato ha trovato requie a mio favore.
Sono stato infatti nominato come commissario esterno in un liceo linguistico di Roma, per la classe di concorso A037, altresì denominata Filosofia e Storia.
Terza maturità al mio attivo, quarta se includiamo quella in cui ero dall’altra parte dei banchi, mi trovo per la prima volta al di fuori della matrigna protezione della scuola parificata in cui ho prestato finora servizio. Si parrà la mia nobilitate affermerebbe qualcuno, a cui è difficile dargli torto. certo è che giungo a questa chiamata – chiamata da me auspicata – un po’ stanco e stressato da un anno bello ma intenso, che mi ha visto insegnare su più fronti (tre: elementare, liceo e ITAS) per molte ore e di fronte a moltissimi studenti.
Ora mi trovo in una classe di emeriti sconosciuti, con colleghi sconosciuti, in un contesto sociale sconosciuto anch’esso a dimostrare e vantare competenze che spero non siano sconosciute anch’esse!

Certo, l’Esame di Stato è affascinante, sin dal suo vecchio titolo: maturità. Maturità è un termine che vuol dire talmente tante cose che poi si tende a semplificare e a stereotipare una sorta di studente-fantoccio su cui riversare tanti problemi sociali o incapacità nostre di lettura del reale.
Sicuramente lo scarto generazionale che separa me, sull’orlo dei 29, da loro, sull’orlo dei 19, è molto forte. Sono cambiati tempi, mode e linguaggi; capacità di sintesi e rielaborazione dei dati; possibilità di relazioni sociali e trasformazioni dell’intimità di carattere epocale; stati d’animo differenti nell’affrontare una sconfitta o un incitamento.
Noi professori ci troviamo di fronte dei ragazzi un po’ spaesati col mondo che li circonda o meglio, che vi ci sentono talmente tanto dentro da risultarne invece più fuori di quanto immaginano. Padroni della loro vita, in un delirio di onnipotenza, ma quanto più influenzati dal mondo a loro intorno tanto che il loro essere è se è garantito da uno status esterno. Artefici del loro destino nella misura in cui la loro intimità sia svincolata da legami morali o condizionamenti sociali.
La società ci chiede che questi soggetti (tardo) adolescenziali siano maturi e che ciò possa essere certificato con un numero. Un po’ di numeri qua, un po’ là. Uno in più, uno in meno ed ecco che l’alchimia algebrica ha dato i sui frutti.
Basta tutto questo per garantire la maturità a uno studente, a un figlio del tempo e del mondo?
Forse sì, nel gioco sociale a cui stiamo inconsapevolmente giocando. Forse no, se pensiamo che maturare è sinonimo di educare e formare: quanto ancora manca a questo fine e quanto poco si è contribuito!
Vado a dormire ché domani la sveglia è all’alba e, nomina in mano, debbo varcare la soglia del liceo fingendomi uno sveglio e autorevole professore.
Che dite, battaglia persa in partenza?
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