Nella memoria collettiva, nella verità narrativa, nel dramma personale e nella gioia comunitaria… il pensiero dell'uomo è alla base della sua libertà. Questo è il blog di Marco Caporicci ;)
12 nov
Il mio umore:
Confuso &
Incerto
Ma spero di non annoiare – né di annoiarmi – scrivendo questo mio post!
Torno a scrivere sul blog dopo moooolto tempo e mi sento un po’ come descritto da questa canzone di Gianni Togni.
A guardare il mondo da un oblò.
Una frase che avviene non a caso, incastonandosi così in un periodo non granché gioioso, sicuramente introspettivo, ma che non trova molti sbocchi futuri immediati e di facile risoluzione. Che pone, poi, una duplice visione: dal di dentro e al di fuori dell’oblò.
httpv://www.youtube.com/watch?v=SI-6s2DG-KE
Come sono io, che sono dalla parte concava dell’oblò?
Chiuso dentro lo scafo, senza sapere che tragitto questo stia seguendo o a quale profondità del mare sia posizionato. In balia delle correnti marine e, forse colpevolmente, senza opporre neppure troppa resistenza.
I tanti punti di partenza a cui la vita m’ha ricondotto – dimensione lavorativa, affettiva, casalinga coatta, salute incerta – m’hanno disorientato e ho perso il comando del timone e il controllo della bussola per orientarmi.
Ecco, sono disorientato. E affetto dal sempre più violento virus del precariato esistenziale.
Ma lotto, perché non compaia una vena di tristezza in fondo all’anima, anzi: perché possa sempre sorridere a tutto, avversità comprese. E non so a chi sarà affidato il compito di traghettarmi verso lidi più calmi e tranquilli, dove possa trovare un po’ di serenità e progettualità futura.
Com’è invece il mondo al di là dell’oblò?
Idiota, mi verrebbe da rispondere senza indugiare troppo nel pessimismo cosmico. Almeno nella sua specificità italiana.
Idiota perché nulla concorre, di quanto viene fatto, al bene di chi è cittadino di questo paese. Nulla.
Nulla fanno i politici, se non parlare del vuoto assoluto in termini di giustizia e di welfare state. Bel termine quest’ultimo, lo riempissero solo di contenuto anziché di propaganda elettorale non sarebbe male.
Poi c’è il ciarpame televisivo imperante, saggi telepredicatori stipendiati per vestirsi all’ultima moda e dire cose che neppure la loro madre vorrebbe sentire.
Poi ci sono le ridicole discussioni su alcuni temi scottanti. Un esempio tra tutti: il crocifisso nei luoghi pubblici.
Apriamo una piccola parentesi a riguardo.
Non ho problemi al fatto che venga tolto il crocifisso dalle aule.
Non certo per una questione di dubbia laicità, né per una questione di rispetto delle altre religioni. Solo che così lo vedo inutile, ancor più un povero Cristo di quanto già lo sia per sua scelta, molto tempo addietro. Inutile perché reso inutile da persone che non lo testimoniano, neppure minimamente; non lo pregano, neppure per sbaglio; non lo cercano, neppure in sciagura; lo maledicono per un nonnulla e così via.
Inutile perché sembra, attenzione: sembra, vano il suo sacrificio di 2000 anni fa.
Mi verrebbe da dire: testimoniamo con la nostra vita la croce e le persone la vedranno in noi, come viva e non appesa tristemente al muro e abbandonata al pari dell’edilizia pubblica.
Ora però viene il bello!
La croce non permette ai più piccoli di scegliere la priopria fede
Idiozia prima: la croce c’è sempre stata e l’Italia è una delle nazioni con meno vocazioni al mondo. Anzi, sembra siano in aumento, soprattutto nella dimensione capitolina, altre religioni. Segno che questo legame è puramente inventato o, se presente, è a discapito della fede stessa.
La UE ha emesso questa sentenza perché non viene citata l’inpronta cristiana nella costituzione europea
Vero, ma questo qui è un errore oltre che macroscopico anche molto idealistico e che dà il senso dell’ignoranza ormai diffusa.
Aprite un qualsiasi manuale di storia medievale e moderna, ve ne prego. Nel bene (molto, ma che poco si legge e si fa notare) e nel male (al contrario, giustamente visibile) il Cristianesimo – e/o Cattolicesimo – è sempre stato al centro di ogni cosa. Forse pure troppo, ma tant’è che negarlo dalla costituzione UE vuol significare essere profondamente ignoranti della storia.
Il crocifisso è un simbolo di violenza, di sangue e di repressione
Qui, mi perdonerete, rido.
Tra le tante cose che si possono dire, si sono scelte le tre espressioni all’opposto del vero senso della Croce, con la C maiuscola.
Riprendiamo i manuali di storia e andiamo a vedere quali sono state le vere potenze che hanno marchiato a ferro e fuoco la storia. E pensiamo, per assurdo, di agire di conseguenza.
Partiamo dai romani, ad esempio. Vi prego, distruggete seduta stante il colosseo perché non nascano bambini impauriti dalle violenze che venivano perpetrate lì dentro. Eliminate gli archi, simbolo dell’umiliazione pubblica degli sconfitti!
Si aboliscano le nazioni barbare e celtiche, perché loro stupravano prima, durante e dopo le conquiste territoriali!
Non si parli più della rivoluzione francese, per carità! Vogliamo mettere il sangue, la violenza e la repressione di una ghigliottina? O nel civilissimo XX secolo, le guerre che hanno sterminato un quinto della popolazione mondiale? Mettiamo gli USA dalla parte del vincitore? Ma come? E la bomba atomica?
Non sto facendo di tutt’erba un fascio. Solo dicendo che siamo critici e intransigenti solo quando fa comodo.
Non prendetevela con la Chiesa, prendetevela intanto con uno Stato che fa ridere.
E se qualcuno ha ancora la forza di dire che la Chiesa predica bene e razzola male, se la prendesse con chi, nel proprio orizzonte di vita, è incoerente rispetto a quanto egli stesso crede e spera.
Non ho forze e idee per continuare questo post, l’avrete capito.
Una delle poche cose positive di quest’ultimo periodo è il fatto che ho rinnovato graficamente l’home page del mio sito.
Buona visione e buona lettura di questo blog, confidando in post migliori e più leggeri!
3 set
Il mio umore:
Arrabbiato &
Allarmato
Complici le due ore di viaggio per tornare alla vecchia scuola, ho divorato un libricino di Carlo Lucarelli, Navi a perdere e ne sono rimasto, come dire, un po’ così.
Non certo per la qualità del libro. Questo è ben scritto, ricco di flashback e di riferimento.
Il libro racconta, nascosto tra un fantanoir e una puntata di “Blu notte”, una storia vera, così come veri sono i continui nomi che tornano nelle pagine di questo libello.
Non t’aspetti che l’Italia sia anche questo, non t’aspetti che l’unica dietrologia è quella a cui noi, nella pura sodomia, ne siamo vittime. Non t’aspetti che, in fondo in fondo, tutto sia collegato e questa rete vada a contenere il marcio, l’oscuro, il puzzo e la vergogna a cui ormai siamo abituati.
Chi di voi ha sentito parlare di ecomafia? Forse più di qualcuno.
Ma chi tra voi conosce effettivamente storie di ecomafia? Ecco, consiglio di leggervi questo testo non perché ne contenga meramente un elenco ma perché, della storia che racconta, scende nei particolari; in quei particolari che nessuno di voi ha mai letto sui giornali, che pochi tra voi ha desunto dalla rete e che quasi tutti ignorano. Come quelle strane relazioni che ci sono tra una nave spiaggiata in Calabria e l’assassinio (perché così è stato) della giornalista di Rai3 Ilaria Alpi.
Se vi sembra strana l’associazione, se il vostro spirito critico è ancora vigile nonostante Mediaset e, soprattutto, se avete a cuore quel che resta dell’Italia, leggetevelo.
Vi consiglio poi di approfondire il catalogo VerdeNero dell’Edizioni Ambiente. Sono testi interessanti e ben scritti che veleggiano bene tra il noir e l’attualità.
Buona lettura!
20 gen
Il mio umore:
Incerto
Et voilà, o meglio: here He comes!
Eccolo qua, appena giurato e sfornato, il nostro (loro) 44esimo presidente degli Stati Uniti d’America.
Yes, He can!
Lui può divenire presidente degli USA. Può parlare alla nazione, può lanciare temi e tematiche.
Sia ben chiaro: non è un santo o un profeta. Concordo con chi dice che è esagerato parlare di lui come il salvatore del mondo.
Il suo discorso è stato privo di ogni retorica; senza immagini forte, simbolicamente contraddistinte. Anche qua, chi si aspettava un nuovo discorso alla Martin Luther King ha dovuto ricredersi, forse un po’ deluso. No, signori: questo discorso è stato vago, generico, ma concreto quanto basta nell’indentificare alcuni elementi chiave del suo pontif.. ops.. governo alla White House.
Yes, He can!
Lui può parlare accusando i colpevoli della crisi economica in corso, può lanciare messaggi su ciò che farà a livello di infrastrutture, può dire che l’ambiente è un nodo cruciale per l’ecologia (ed economia) globale dei prossimi anni.
Lui può invocare una sanità più giusta così come può parlare di una scuola che deve servirsi delle tecnologie per crescere insieme alla società.
Yes, He can!
Può, legittimamente e in continuità con G.W. Bush Jr, invocare un pugno duro verso i terroristi (chi non lo farebbe?) ma può anche dire, qui forse la retorica è presente, che non sono i carrarmati o la violenza a garantire e giustificare la necessità della pace, bensì i dialoghi e le relazioni internazionali.
Può prendersela contro chi “fa quello che gli pare”, maliziosamente intendendo che molte delle guerre finora portate avanti sono state figlie di capricci: lui può!
Yes, He can!
Sì, lui può e l’ha fatto. Chiaro, pratico e sintetico. Con l’indice puntato e con il palmo della mano aperto, insieme. Nonché con lo sguardo aperto, che mira verso l’orizzonte. Sì, lui può dare speranza, non vana ma più concreta del tanto fumo con il quale i suoi colleghi possono riempire intere pagine di discorsi.
Yes, He can but… could I too?
Qui no, non so proprio. Parlavo di speranza (quella con la s minuscola eh, sia bene inteso). Posso confidare anche io nella politica per sperare di avere un mondo migliore?
Non parlo di un mondo eccessivamente migliore… ma insomma… capiamoci!
Un mondo dove lavorare non è una chimera ma un diritto, impegnarsi un dovere e meritarsi il posto un diritto e dovere.
Un mondo dove l’ambiente non è solo il luogo dei miei propri affari (my own business, potrebbe dire Obama), ma l’accogliente dono della creazione divina da rispettare, su cui puntare e, gentilmente, utilizzare perché il dio denaro sporco di petrolio e sangue non governi le nostre vite.
Un mondo dove scuola e società vadano a braccetto assieme, non siano distanti e si sappiano educare e governare l’un l’altra.
Un mondo dove la tecnologia non venga pensata anacronistica dai non digital-native, incrementando così il digital-divide bensì sia integrata e utilizzata al meglio. Penso a dei database congiunti tra i diversi ministeri, l’eliminazione del cartaceo, la creazione e la gestione delle aule multimediali, e così via.
Un mondo dove chi ci governa ha lo sguardo verso l’alto perché ha fiducia in sé, nel mondo e in Dio e non perché ha fatto troppi lifting.
Un mondo dove c’è qualcuno che mi guarda negli occhi, ricorda le nostre origini storico-culturali, parla un linguaggio chiaro e mi dice: sì, tu puoi.
Could I then?
No, I could not; at least not now, dear Obama.
28 nov
Secondo la legge italiana, o meglio, secondo le regole economiche prodotte dalla legge italiana e di governo in governo accettate, condivise, incrementate e quant’altro, al lavoratore dipendente viene tolta dalla busta paga un 27% circa per assolvere i pagamenti di tributi (tasse). Questo al netto delle varie ritenute comunali, regionali, provinciali e così via.
Ma c’è di più. Facciamo un esempio pratico. Il mio.
Lavoro nella scuola, ma non in un’unica scuola, poiché sono precario. Lavoro in diverse scuole che, per legge e in virtù di questi contratti spezzati, hanno come opzione di default quella di non toccare la tua busta paga per calcolare detrazioni irpef, facendole così sommare. Lavoro quindi, nel corso del 2007, saltuariamente, tra almeno 4 scuole e accumulo 4 CUD diversi. Nessuno mi toglie niente dalla busta paga che, ingenuamente, considero come unico referente per il fisco: ovvero, togliete quello che vi pare, fate voi e non mi voglio interessare di nulla.
Ma non è così.
Quei soldi non detratti dalla busta paga si sono sommati e, a fronte della cifra annua guadagnata nell’anno, mi trovo a pagare il 27% di tasse, nonché 700€ di conguaglio allo stato per l’irpef non tolto dalla busta paga.
Ma non basta.
Debbo pagare pure 699€ per “anticiparmi” per l’anno prossimo. Ché se guadagno bene, me li ridanno pure. Ma se non guadagno a sufficienza debbo lasciarli allo stato. Ma, chiedo, se le varie scuole mi avessero detratto l’irpef? Facile, buste paga più leggere. Basti però pensare che, in media, la mia busta paga è stata di 600€ mensili… con l’irpef andava almeno a 530 se non ancora più bassa.
Sono senza parole, veramente.
Più uno è precario, più uno guadagna di meno e più devi pagare allo stato e, al contempo, guadagnare sempre meno.
Sussidio di disoccupazione allora.
Sì, peccato che va DICHIARATO pure quello! Cioè, io non percepisco un tot sufficiente per vivere, perché non lavoro o sono stato licenziato, così che lo stato mi sussidia con alcuni soldi e debbo pure dichiarare (=pagarci le tasse sopra) quella misera cifra?
No, qui c’è qualcosa che proprio non va.
31 ott
httpv://it.youtube.com/watch?v=2W1etI_yR0w
23 ott
Causa un po’ di stress – malinconia – insoddisfazione – pessimilrealismo e non so quant’altre cose, state vedendo come l’aggiornamento del blog procede molto lento e tramite immagini.
Farò lo stesso anche in questo articolo, me ne scusa ma va così.
Non è un’immagine né un video da youtube, bensì un documento pdf relativo all’intervista del nostro ex presidente della repubblica (r volutamente minuscola), nonché senatore a vita, Francesco Cossiga rilasciata in questi gg.
Mai intervista fu più grave e lo dico realmente. Buona lettura.
8 set
Se si potesse riformare la nostra grammatica e riformulare le coniugazioni dei verbi, proporrei di introdurre questo tipo di futuro, il futuro precario.
Basterebbe poco a pronunciarlo e anzi, i primi sostenitori e promotori di questo nuovo modus parlandi potrebbero essere coloro i quali si trovano nella mia situazione.
Mi trasferisco a qualche anno fa quando, nel lontano 1998 iniziavo a costruire la mia fortuna universitaria barcamenandomi tra il piano degli studi e le classi di concorso. Poter insegnare le materie per le quali da lì a poco mi sarei laureato era un bel sogno da perseguire e la possibilità di poter aggiungere ad esse la lingua italiana nonché quella latina (allora si poteva) furono per me un incentivo concreto.
Invece no.
I primi sogni conobbero l’asprezza della realtà e il millennium bug colpì anche il ministero della pubblica istruzione per cui il mio corso di laurea non fu più considerato abilitante e non potevo, ahimè, insegnare più materie di quanto avevano previsto. Pazienza, un primo addio alla lingua dei padri e a quella dei nonni e via, in vista della laurea e di ciò che sarebbe arrivato dopo.. cosa? boh…
Anni dopo, passato l’ardore informatico (utilissimo invero) che mi condusse a rallentare un po’ la corsa, mi laureai alla splendida età di 24 anni – il quarto di secolo alle porte- e giovine carne da macello tentai, con un po’ di studio estivo, di tentare la sorte verso un quadro didattico più ad ampio respiro: dottorato o specializzazione per l’insegnamento.
Quel misto di fortuna e di bravura mi condusse, ringraziando i raccomandati all’università, a poter entrare nella ssis – la stessa che ora si è chiusa – attraverso un discreto esame d’ammissione e a iniziare a frequentare, in cattività, tre lunghi anni. Certo, fare la ssis voleva significare fare ciò che avevo appena affrontato all’università: corsi di psicologia dello sviluppo, di sociologia, di pedagogia, di didattica… speravo quindi di poter saltare a pié pari un anno almeno.
Invece no.
E via col replay di molti esami fatti, di molti professori conosciuti e che avrei voluto sinceramente evitare. Così non avvenne, e fu sera e fu mattina. Tre anni passarono, molti amici-colleghi incontrati, belle esperienze di tirocinio, pessime lezioni di formazione. Eppure il futuro precario, quello per cui tu dici: bene, dopo 4 (che divennero 6 ma poco importa) + 2 + 1 (tre anni corrispondono a due abilitazioni)… cioè dopo 7 anni di studio avrò diritto al lavoro, all’inserimento diretto in graduatoria…
Invece no.
Per il mio ciclo ssis le porte della graduatoria non si aprirono, e furono contestazioni, incontri in collettivo, manifestazioni. Cambierà qualcosa, gridavamo!
Invece no.
Le graduatorie si aprirono l’anno successivo e fu subito bolgia. Intanto si iniziò a lavorare in una scuola privata, sottopagati e con sforzi di orario incredibili. Si iniziarono a sentire agli esami cose inenarrabili – dal libro di Socrate al fratello gemello dell’Emilio di Rousseau e così via – nonché ad aspettare compensi di lavori svolti che allora speravamo potessero arrivare subito.
Invece no.
I soldi non sono arrivati tuttora e non so se arriveranno. In graduatoria ci sono entrato e per fortuna l’anno scorso ho iniziato ad insegnare alla scuola pubblica. Da dicembre… ma ho iniziato. Continuerò, ne sono sicuro!
Invece no.
Non ci sono convocazioni, cattedre disponibili, spezzoni varii. Ci sono solo i tagli, arroganti, pretenziosi e ignobili, per il corpo docente, per ristabilire gli equilibri di cassa di governi che non sanno distribuire equamente le risorse a quei settori che più dovrebbero esserne beneficiari.
Sentivo oggi un’intervista al primo ministro danese: loro puntano sull’istruzione sopra ogni altra cosa, perché sanno che da lì tutto comincia. Sarà anche per noi uguale?
Invece no.
Da noi non è così, da noi si donano soldi alla difesa, ai benefici elitari delle masse, alla conservazione dei privilegi clientelari delle lobbies. Da noi non è così.
Mi avvio alla conclusione citando un’avvenimento successo l’anno scorso, in un quarto liceo.
“Prof, ma lei ci sarà l’anno prossimo?”
“No, mi spiace.. è quasi impossibile che ritorni qui”
“Ah e come mai?”
[segue spiegazione tra classi di concorso, graduatorie, chiamate, immissioni in ruolo e così via]
“Capito… e quando avrà una cattedra?”
“Se le cose stanno così (notare il futuro precario), penso tra 5, 6 anni”
“Insomma quando non avrà più l’entusiasmo di ora”
“…”
Così dopo anni di studio e di speranze, di entusiasmo mai scemato – spero confermeranno i miei ex alunni che leggono questo blog – mi trovo qui, a declamare versi in un futuro precario.
Al momento la rima non c’è e se mai ci sarà sarà veramente da preoccuparsi.
3 ago
Ciao a tutti e bentrovati in questo afosissimo (non so voi ma io sudo, anzi, il sudore mi esce manco fossi una fontanella) agosto.
Vi scrivo che sono tornato da una prima tornata di vacanza in quel della Croazia, sull’isola di Brac. Vacanza bella e riposante, piena di bei panorami e un bel mare… quando il sole si degnava di affacciarsi (vero, Yuki?
)! Colgo l’occasione per invitarvi alla visione delle foto già pubblicate sul mio solito fotoblog: potete commentare pure lì le foto, lo sapete?
Torniamo però al titolo del post, titolo – ve ne sarete accorti – impegnativo e a rischio di banalizzazione pura da parte mia.
Ormai è diventato un modo di dire, ma spesso mi trovo a chiedere di fare vacanze o di visitare posti al netto degli italiani, ovvero senza che alcun chi di italico incroci il mio quieto camminare.
Perché?
Perché spesso (evito la prima, grande, generalizzazione) gli italiani all’estero sono insopportabili, molto più di quanto spesso lo siano qui in Italia.
Siamo abituati al nostro folklore, tanto che consideriamo normale – accettandolo – che si può parlare a voce alta anche senza l’effettiva presenza di rumore, o che in una fila si fa prima a passare per le vie laterali. Abbiamo esternato con fin troppa gioia (io ero uno di questi) la nostra vittoria al Campionato del mondo del 2006 e da bravi conquistatori pensiamo di poter espandere la nostra supremazia un po’ ovunque. Supremazia da ingegno, da artefizio, da “fatta la legge si trova l’inganno”, da conquistatori accaldati, da chi può far tutto senza che gli si venga detto niente, da chi ha (lo disse Berlusconi forse pensando che anche questo fosse merito suo) il bel tempo e la buona cucina.
I paesi che ci ospitano hanno ormai capito l’andazzo della nostra, tutta presunta, supremazia. E si sono attrezzati, in strutture e spirito per bene accoglierci. Ricordo nel mio ultimo viaggio a Praga, città che amo moltissimo, una discreta ostilità verso noi italiani soprattutto da parte delle istituzioni, così come non vorrei mai trovarmi a discutere con qualsivoglia polizia dei vari stati giustificandomi, oltre che per una presunta colpa, anche per un certo stereotipo in cui si cadrebbe.
Sottilizzando ancor di più (e strizzando l’occhio al rischio) si potrebbe dire che alcuni italiani, tra i tanti, perseverano nel loro essere provinciali. Sì, sapete di chi parlo e so pure che qualcuno di loro leggerà questo post. Cari partenopei, perdonatemi, ma talvolta alcuni di voi sono realmente arroganti, maleducati e omm’e niente. Specie in nave, specie in quei posti dove il resto del mondo è in silenzio e nel rispetto dei propri vicini, specie ovunque il vostro parlare ad alta voce (avete paura di essere inascoltati?) rompe la quiete di un luogo.
Non siete i soli, lo ammetto, ma siete i più.
Torna allora la domanda iniziale: come rispondere alla mia autoctonofobia quando sono all’estero? Quali sono i criteri (ce ne sono?) affinché possiamo tranquillamente definirci italiani e vivere bene con il mondo?
Difficile se non impossibile rispondere a questa domanda, il rischio è cadere nello stesso luogo comune nel quale ho rischiato di cadere prima.
Siamo onesti: ci sono alcune cose ancora comunemente condivise e rispettate dagli altri. Gli altri sanno che molto spesso le nostre capacità sociali sono positive, che sappiamo sorridere ed essere calorosi, che sappiamo farci accogliere e che rispondiamo con l’affetto. Sanno che dalla nostra parte c’è una non rara capacità di ingegnarsi, non per cercare il dolo, ma per cercare di venir fuori alle difficoltà con leggerezza e disimpegno. Sanno pure che l’incontro con un italiano che rispetta ed è educato ripaga dei tanti a-educati irrispettosi compatrioti.
Noi stiamo perdendo quel senso di italianità che a fatica abbiamo contruito nella storia, facendoci strada tra i molti conquistatori di terre e i pochi, ma più radicali, conquistatori d’anime. Tra questi ultimi non siamo ancora riusciti a far da parte il caimano, quello che più ha imposto e inculcato nella nostra testa l’idea di un modo di vivere decerebrato, amorale e quanto più individualistico possibile.
Se portassimo avanti la nostra capacità di rispetto, di umili tentativi di inserirsi – pur se nel breve tempo di una vacanza – nella cultura dei luoghi che visitiamo, sapessimo confonderci nel silenzio dei luoghi che visitiamo, sapessimo ascoltare il rumore del vento e il colore delle onde, trovassimo l’audacia di parlare qualche parola nella lingua del posto (oltre che a un almeno decente inglese), se capissimo che il mondo non è ai nostri piedi semmai noi al cospetto di luoghi e territori da lasciare uguali, se non in condizione migliore di come li abbiamo trovati…. se insomma riuscissimo a fare tutto questo, non potremmo godere di una migliore considerazione da parte degli altri?
Eppure ci vuole poco, realmente. Basta uscire un po’ da se stessi e dal provincialismo della propria coscienza e capire cosa dicono gli sguardi della gente dei luoghi di vacanza. Cosa loro esprimono e cosa cercano di comunicarti. Basta essere un po’ meno italiani per essere ancora più italiani al ritorno in patria… e non c’è dito medio che tenga.
2 giu
Buon 2 giugno a tutti!
Vabbè, non che sia così patriottico da mettere bandiere o chissà che cosa, però son feste belle: ci dobbiamo tenere un po’ tutti e sempre assieme dobbiamo pure compiere una riflessione.
Nel titolo parlavo di fratellanza italica; già, siamo in grado di compiere una vera e propria fratellanza in questo paese pieno di contraddizioni e di rifiuto dello straniero?
Non siamo forse noi che da millenni abbiamo sul nostro suolo le più svariate popolazioni, noi stessi incrocio e innesti di sangue, razze e culture? Non siamo forse il paese di riferimento di un Mediterraneo che ha perso la sua coscienza storica? Non abbiamo per secoli esportato cultura, arte, musica e calore umano prima ancora che vergogna, mafia e conflitti d’interessi? Non siamo forse stati noi i primi clandestini in terre straniere?
Buon 2 giugno allora e siamo consapevoli di far parte di un paese straordinario e pieno di risorse, terra bellissima e disgraziata (come diceva Borsellino parlando della Sicilia), che chiede solo un patriottismo di umana fattura e non di un cieco contrattualismo xenofobo.
Saluto e concludo con l’inno, ovviamente, interpretato e suonato (niente cantato, per il testo rivolgetevi altrove) in chiave Jazz!
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