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Cogito ergo sum …liber!



Nella memoria collettiva, nella verità narrativa, nel dramma personale e nella gioia comunitaria… il pensiero dell'uomo è alla base della sua libertà. Questo è il blog di Marco Caporicci ;)

Archive for the ‘myself’ Category

Un conato fastidioso

Inizia la stagione che temevo e che preannunciavo allorquando commentavo, tra amici e parenti, sull’avvento della destra al governo e dell’Alemanno romano.
Non mi sorprende leggere quindi su repubblica.it l’articolo riguardante un pestaggio avvenuto proprio oggi alla Sapienza di Roma.
Ora i collettivi si riuniscono, gli altri continuano i pestaggi… bentornati negli anni ’80/’90, quando c’era lotta politica tra le strade di Roma.
Resta evidente che da parte mia non può esserci altro che un atteggiamento di fondo, qui riassunto:

Quello che farei...

Roma è e resterà sempre antifascista.

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  • Filed under: myself, politica
  • Uff…

    No, dico… meno male che la scuola sta per finire.
    Alzo lo sguardo e vedo quattro pacchi di compiti da correggere al più presto. Dai dialoghi platonici fino alle domande aperte sull’anziano: una varietà da far impallidire qualsiasi gelateria con i vari omologhi alla nutella…

    Vabbè, sursum corda come si dice nei bassifondi di Civita Castellana, e fatemi iniziare a far qualcosa, che poi voglio andare a correre, se je la faccio :D

    Ciao!

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  • Filed under: myself
  • La brevità dell’essere artisti

    Chi mi conosce personalmente, come dal resto anche chi spulcia le mie cosette su internet, sa quanto sono De gregori addicted. Lo seguo sin da quand’ero bambino, circa 9, 10 anni, e mettevo in continuazione la cassetta La storia siamo noi, una raccolta di ancor più vecchi successi. Da quel momento in poi la conoscenza del cantautore romano non ha fatto altro che divenire sempre più corposa in qualità e numero di sue canzoni, grazie anche all’opera di un mio compagno di liceo che mi introdusse, tramite altrettante cassette copiate da vinili, ad alcune tra le sue canzoni meno conosciute.
    Amore al primo ascolto, inutile dirlo, canzone dopo canzone e rewind dopo rewind.

    Un giovane De Gregori

    Il tempo però passa per tutti, me compreso, e la produzione del buon Francesco assunse stili che divisero sempre più la folla, pur affezionata e costante nel seguirlo.
    Album particolari, rivalutati poi nel tempo, furono Amore nel Pomeriggio e, dopo quattro anni di assenza di materiale inedito, Pezzi. Diversi per costruzione musicale, per linguaggio e per band annessa. Diversi perché intervallati da diosolosaquanti live o robacce del genere.
    L’animo rock di Pezzi, per certi versi analisi di una società contraddittoria e infelice perché divisa fin dal suo interno, lascia il posto a Calypsos, album decisamente più intimo che ha come oggetto il cuore, i suoi sentimenti e i suoi luoghi.Copertina di Per brevità chiamato Artista
    Un tentativo di completare un quadro esistenziale (?) viene qui pensato e reso forma musicale attraverso l’uscita di Per brevità chiamato Artista.
    Lo ammetto: al primo ascolto l’ho definito imbarazzante. Perché? Perché ci sono alcune canzone che proprio non mi entrano, che non le vedo per nulla in questo (come dal resto in nessuno) degli album con tag Artist corrispondente a De Gregori.
    Andiamo però per ordine e vediamone una per una, cercando di analizzarla con calma e onestà (la mia onestà, ovviamente ;) ).

    1. Per brevità chiamato artista: Un discreto valzer, la voce viene qui accompagnata da un violino e leggeri cori di sottofondo. Una vita d’artista è un vivere due o più vite, un doppio continuo che deve sempre e comunque portarti alla ribalta in una forma di protagonismo.

      Doppio come l’innocenza, se fosse Abele sarebbe Caino [...]
      Perdonami se sto lontano e cercami vicino [...]
      Invitali stasera a cena basta che mi chiami

    2. Finestre Rotte: Un tentativo di creare un ambiente swing ma con pesanti ridondanze nel testo. Forse è un’analisi di qualche aspetto contemporaneo ma niente, non mi convince.
    3. Celebrazione: Migliora ad ogni ascolto, sebbene il materiale sonoro di questa canzone non è assolutamente innovativo, anzi: un incrocio tra due o tre sue canzoni. Resta bello però il percorso che De Gregori continuamente compie quando deve raccontare il mondo attorno a sé (il suo mondo?) e lo fa semplicemente utilizzando i suoi accordi più comuni, concentrandosi quindi su un testo, che rivela dei preziosismi:

      Ascoltami parlare e lacrimare insieme [...]
      Ma tu davvero lo vuoi vedere? Chi vuole scendere scenda pure ma chi c’è stato non ne vuole più sapere [...]

    4. Volavola:Una bellissima canzone, dolce e melanconica, che però per il suo essere popolare non la vedo precisamente in questo album. Resta il fatto però che l’uso della doppia voce, del pianoforte voce narrante principale in duetto con la voce cantante rendono questa canzone un inno alla leggerezza e all’amore per la vita
    5. Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra: Non mi interessa se è una cover di Dylan. Non è un buon motivo per un titolo così lungo! La litania del giorno di pioggia continua ininterrotta per parecchi minuti e poco ci lascia dell’inquietudine di una vita ancorata a terra nella sua provvisorietà e incertezza dalla pioggia, inviata da un dio forse un po’ troppo crudele. Resta quindi una canzone leggera, cantabilissima, forse troppo leggera
    6. L’angelo di Lyon: a me piace. Un testo strano, forse legato ad una conversione di uno stregone, un emarginato comunque, che compie un viaggio nell’entroterra francese vestito male e alla ricerca di un angelo del paradiso. Ho i brividi nel sentirla, ogni volta che la sento. Bellissima, inoltre, la frase

      E cantò l’Ave Maria, almeno i versi che ricordava mentre fissava sui vecchi muri la propria ombra che lo seguiva

    7. Carne umana per colazione: Non riesco a decifrarla ma il mio senso estetico comunque giudica ed esprime il suo pollice verso. Quell’Ehi è ignobile… Forse il gioco è proprio qui, rende ridicolo (nel ritmo e nella sua espressione) un mondo che sta divenendo sempre più distrutto al suo interno, tanto da servire carne umana per colazione. Hey, non potevi utilizzare una forma migliore? ;)
    8. L’imperfetto: dopo Passato Remoto, De Gregori compie un’ulteriore esplorazione del libro della grammatica italiana andando a scegliere come verbo quello dell’imperfetto. La canzone è molto interessante, bella anche musicalmente. L’utilizzo di questo verbo, usato comunemente in ogni forma di canzone, mette l’ascoltatore in una condizione di un passato né concluso né ancora compiuto in un presente che è possibile ancora modificare, cambiare, dandoci una speranza concreta.

      Come sabbia nel tempo di trasformava
      e però esisteva
      e si incarnava
      e a volte ero sicuro che nasceva
      e che ricominciava

    9. L’infinito: bella, triste e accorata. M’è sempre piaciuta e non la vedo assolutamente un esercizio retorico. Molti hanno letto la firma conclusiva dei lavori del principe, quasi come un testamento artistico. Non ci voglio credere. Mi sembra più la visione di un’artista al termine di uno spettacolo, di un tour o comunque di una sua esperienza particolare. Una conclusione dell’arte nella sua visione più scenica e teatrale, come una risposta all’Eccomi qua della Valigia dell’attore. Sono conclusi i giochi, c’è la voglia continua alla fama che resterà delusa

      non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume

      ma il tempo è inesorabile

      lascia che cada il foglio dove sta scritto il nome [...]
      e non guardare il tempo
      il tempo non ha senso;
      domani sarà tempo
      di cose nuove

      Cosa resta di tutto ciò? Tristezza ma certezza che è solo un’esperienza che forse potrà essere rinnovata

      ed ho provato un poco di tristezza
      ma nemmeno tanto

    Un bel disco, tutto sommato, che può piacere sempre più attraverso un ascolto continuo. Resta la mia diffidenza per talune canzoni.

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  • Filed under: musica, myself
  • Orfana notte

    Di chi è la notte se non di chi tende all’alba e lì dirige lo sguardo e il pensiero?
    Di chi è la notte se non di chi confonde l’orario segnato dall’orologio e incautamente continua il suo cammino?
    Di chi è la notte se non degli amanti che nel contatto delle loro labbra e del loro sesso giungono fino all’eterno e all’infinito?
    Di chi è la notte se non degli amici che sorridano e scherzano l’un l’altro senza termine e decenza?
    Di chi è la notte se non di chi spergiura e grida alla luna il suo inconsolabile dolore?
    Di chi è la notte se non di chi gioca e seduce?
    Di chi è la notte se non di chi cresce e sperimenta, sbaglia, cade e si rialza?
    Di chi è la notte se non di chi pone al buio ogni sua opera sperando che altri non vedano e non sentano?
    Di chi è la notte se non di chi vuol conoscere e assaporare il gusto della vita?
    Di chi è la notte se non di chi scherza e si diletta a stuzzicare l’altro?
    Di chi è la notte se non di chi ascolta la musica e ne gusta il suo significato nel surreale silenzio intorno a lui?
    Di chi è la notte se non di chi egoisticamente vuole o melanconicamente lascia?
    Di chi è la notte se non dell’amico che attende invano amici?
    Di chi è la notte se non di chi è in attesa e attendendo sospira e sospirando soffre?
    Di chi è la notte se non di chi prega che giunga la luna a illuminare le lacrime sul suo volto scuro?

    Di chi è la notte se a narrarla son io che non ho queste notti?

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