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Cogito ergo sum …liber!



Nella memoria collettiva, nella verità narrativa, nel dramma personale e nella gioia comunitaria… il pensiero dell'uomo è alla base della sua libertà. Questo è il blog di Marco Caporicci ;)

Archive for the ‘myself’ Category

Stiamo CARMI

Nel senso plurare di Carme, composizione poetica!
Mettiamoci dunque in piena disposizione d’ascolto, confondendo emozioni e nostalgie, ricordi e sensazioni, dolori e passioni e lasciatemi introdurre un carme di Catullo, serendipitamente ritrovato, realmente molto suggestivo.

Amore e cupido sorridono insieme

Inserisco sia la versione latina che, a seguito, la traduzione. Buona sognante lettura.

“Vivamus mea Lesbia,atque amemus,
Rumoresque senum severiorum
Omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt;
Nobis cum semel occidit brevis lux,
Nox est perpetua una dormienda.

Da mi basia mille, deide centum,
Dein mille altera, dein seconda centum,
Deinde usque altera mille, deinde centum.
Dein, cum milia multa fecerimus,
Conturbabimus illa, ne sciamus,
Aut ne quis malus invidere possit,
Cum tantum sciat esse basiorum.”


“Dobbiamo mia Lesbia vivere, amare,
le proteste dei vecchi tanto austeri
tutte, dobbiamo valutarle nulla.
Il sole può calare e ritornare,
per noi quando la breve luce cade
resta una eterna notte da dormire.

Baciami mille volte e ancora cento
poi nuovamente mille e ancora cento,
e dopo ancora mille e ancora cento,
e poi confonderemo le migliaia
tutte insieme per non saperle mai,
perché nessun maligno porti male
sapendo quanti sono i nostri baci”.

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  • Filed under: myself
  • Essere italiani

    Ciao a tutti e bentrovati in questo afosissimo (non so voi ma io sudo, anzi, il sudore mi esce manco fossi una fontanella) agosto.
    Vi scrivo che sono tornato da una prima tornata di vacanza in quel della Croazia, sull’isola di Brac. Vacanza bella e riposante, piena di bei panorami e un bel mare… quando il sole si degnava di affacciarsi (vero, Yuki? ;) )! Colgo l’occasione per invitarvi alla visione delle foto già pubblicate sul mio solito fotoblog: potete commentare pure lì le foto, lo sapete?

    Torniamo però al titolo del post, titolo – ve ne sarete accorti – impegnativo e a rischio di banalizzazione pura da parte mia.

    Il dito medio di Bossi

    Ormai è diventato un modo di dire, ma spesso mi trovo a chiedere di fare vacanze o di visitare posti al netto degli italiani, ovvero senza che alcun chi di italico incroci il mio quieto camminare.
    Perché?
    Perché spesso (evito la prima, grande, generalizzazione) gli italiani all’estero sono insopportabili, molto più di quanto spesso lo siano qui in Italia.
    Siamo abituati al nostro folklore, tanto che consideriamo normale – accettandolo – che si può parlare a voce alta anche senza l’effettiva presenza di rumore, o che in una fila si fa prima a passare per le vie laterali. Abbiamo esternato con fin troppa gioia (io ero uno di questi) la nostra vittoria al Campionato del mondo del 2006 e da bravi conquistatori pensiamo di poter espandere la nostra supremazia un po’ ovunque. Supremazia da ingegno, da artefizio, da “fatta la legge si trova l’inganno”, da conquistatori accaldati, da chi può far tutto senza che gli si venga detto niente, da chi ha (lo disse Berlusconi forse pensando che anche questo fosse merito suo) il bel tempo e la buona cucina.
    I paesi che ci ospitano hanno ormai capito l’andazzo della nostra, tutta presunta, supremazia. E si sono attrezzati, in strutture e spirito per bene accoglierci. Ricordo nel mio ultimo viaggio a Praga, città che amo moltissimo, una discreta ostilità verso noi italiani soprattutto da parte delle istituzioni, così come non vorrei mai trovarmi a discutere con qualsivoglia polizia dei vari stati giustificandomi, oltre che per una presunta colpa, anche per un certo stereotipo in cui si cadrebbe.
    Sottilizzando ancor di più (e strizzando l’occhio al rischio) si potrebbe dire che alcuni italiani, tra i tanti, perseverano nel loro essere provinciali. Sì, sapete di chi parlo e so pure che qualcuno di loro leggerà questo post. Cari partenopei, perdonatemi, ma talvolta alcuni di voi sono realmente arroganti, maleducati e omm’e niente. Specie in nave, specie in quei posti dove il resto del mondo è in silenzio e nel rispetto dei propri vicini, specie ovunque il vostro parlare ad alta voce (avete paura di essere inascoltati?) rompe la quiete di un luogo.
    Non siete i soli, lo ammetto, ma siete i più.

    Torna allora la domanda iniziale: come rispondere alla mia autoctonofobia quando sono all’estero? Quali sono i criteri (ce ne sono?) affinché possiamo tranquillamente definirci italiani e vivere bene con il mondo?
    Difficile se non impossibile rispondere a questa domanda, il rischio è cadere nello stesso luogo comune nel quale ho rischiato di cadere prima.
    Siamo onesti: ci sono alcune cose ancora comunemente condivise e rispettate dagli altri. Gli altri sanno che molto spesso le nostre capacità sociali sono positive, che sappiamo sorridere ed essere calorosi, che sappiamo farci accogliere e che rispondiamo con l’affetto. Sanno che dalla nostra parte c’è una non rara capacità di ingegnarsi, non per cercare il dolo, ma per cercare di venir fuori alle difficoltà con leggerezza e disimpegno. Sanno pure che l’incontro con un italiano che rispetta ed è educato ripaga dei tanti a-educati irrispettosi compatrioti.
    Noi stiamo perdendo quel senso di italianità che a fatica abbiamo contruito nella storia, facendoci strada tra i molti conquistatori di terre e i pochi, ma più radicali, conquistatori d’anime. Tra questi ultimi non siamo ancora riusciti a far da parte il caimano, quello che più ha imposto e inculcato nella nostra testa l’idea di un modo di vivere decerebrato, amorale e quanto più individualistico possibile.

    Se portassimo avanti la nostra capacità di rispetto, di umili tentativi di inserirsi – pur se nel breve tempo di una vacanza – nella cultura dei luoghi che visitiamo, sapessimo confonderci nel silenzio dei luoghi che visitiamo, sapessimo ascoltare il rumore del vento e il colore delle onde, trovassimo l’audacia di parlare qualche parola nella lingua del posto (oltre che a un almeno decente inglese), se capissimo che il mondo non è ai nostri piedi semmai noi al cospetto di luoghi e territori da lasciare uguali, se non in condizione migliore di come li abbiamo trovati…. se insomma riuscissimo a fare tutto questo, non potremmo godere di una migliore considerazione da parte degli altri?

    Eppure ci vuole poco, realmente. Basta uscire un po’ da se stessi e dal provincialismo della propria coscienza e capire cosa dicono gli sguardi della gente dei luoghi di vacanza. Cosa loro esprimono e cosa cercano di comunicarti. Basta essere un po’ meno italiani per essere ancora più italiani al ritorno in patria… e non c’è dito medio che tenga.

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  • Filed under: myself, politica
  • The child is grow(ing)

    Da molte parti si dice sempre che a ogni cambio di anno o a ogni data importante è giusto fermarsi e riflettere, facendo un vero e proprio punto della situazione della propria vita. Io che sono cresciuto a mozzarelle di bufala e zabaione (tutto mischiato e di prima mattina) strizzo l’occhiolino a questa massima ma più di tanto non oso smuovere quell’immenso masso intrecciato che è la mia (in)coscienza.
    Andiamo con ordine però.
    Di quale importantissima data sto parlando?

    ventinove

    Ma non siamo al 16, direte voi, che c’entra il 29? Ce li giochiamo al lotto?
    Se volete sì, ma nel 16 di questo mese io compio 29 di quegli anni che un po’ tutti abbiamo, chi più chi meno.
    Così, in un mondo che mi sta dando sempre meno soddisfazioni e mi porta sempre più in quel mondo realistic-pessimista che fuggivo come peste fino a qualche anno fa, sono ancora aggrappato a quel 2-, prefisso tardo adolescenziale, benché ormai sia pienamente proteso verso i cosiddetti enta che mi aspettano al varco!
    Ad ogni modo, smetto di autocommisserarmi e vabbè, vi saluto, che ormai le rughe stanno comparendo a due a due finché non diventano dispari sul mio faccino da schiaffi!

    Ciao ciao :)

    Venghino, sìori, venghino!

    …e si accomodino pure.
    Perché?
    Beh, se questa è la domanda e, quindi, non vi siete proprio accorti di nulla c’è qualcosa che non va!
    Sono buono però e vi aiuto… non avete per caso visto come la grafica del mio blog si sia leggermente rinnovata? Come siano comparse delle pagine? Delle Categorie? Financo (và che termini….) il mio bel faccione brindante che troneggia nonché nuovi spazi laterali dove potete meglio farvi i fatti miei e quelli del blog?
    Ebbene sì, per festeggiare i miei 12.000 contatti (leggete il contatore, grazie) vi ho preparato questa sorpresina, sperando che a voi piaccia come piaccia a me!

    “…oddio, a me non entusiasma molto questa grafica. Torni indietro a quella vecchia?”
    “A dire il vero non ci penso proprio; ti faccio prima una domanda: di chi è il blog?”
    “Beh, è tuo”
    “Giusto. Ho detto che a me piace, no?”
    “Eh, così hai detto”
    “Ottimo. Ora smettila di farmi perdere tempo”
    “…”

    Beh, non sono così arrogante ma è per farvi capire che ci ho lavorato sopra e tutto sommato penso sia uscita una bella cosetta.
    Insomma? Vi piace? Confermate anche voi la mia rinnovante scelta?

    Concludo dicendo che tutti i post del mio blog vecchio (presente e perdurante qui e pure qui) sono stati importati, perdendosi solo qualche link esterno a video o altro. Se quindi capitate in uno di questi post, abbiate la cura di segnarmelo via mail e, poco per volta, ripristino tutto.

    Detto ciò vi saluto, torno a bere l’acqua che sto disidratandomi per il sudore e per la scottatura presa, e forza Spagna… gran bella squadretta, vè?

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  • Filed under: myself, oldBlog, tech
  • Unknow Ruiz

    Esame di stato 2007/2008: Prima prova.

    Inizia male questa mia nomina, sbalzato come sono diventato da una scuola a un’altra, pur essendo sempre la medesima commissione.
    Dai tre, e ripeto 3, Kilometri che mi separavano da casetta, agli almeno 10 dell’attuale scuola, la Vincenzo Arangio Ruiz appunto.
    Scuola debbo dire semplice e molto tranquilla, a due passi dal laghetto dell’EUR e circondata da pini e una discreta vegetazione. La classe è interamente composta da ragazze, 15 in tutto. Sembrano brave e sveglie, speriamo nell’orale. Le loro tesine vertono su alcune tematiche anche interessante sulle quali è possibile – speriamo che sia fattibile pure – un sano e intelligente confronto.
    Colleghi in gamba e simpatici, una presidente di commissione precisa seppur un po’ imbranata col pc, globalmente la mia valutazione è positiva e posso quindi ritenermi soddisfatto.
    Solo due cose per concludere: la prima, che mi ha colpito molto, è nel vedere due ragazze già madri; una di esse col figlio già grande – “eh, l’ha fatto in terzo” mi diceva un collega – e la seconda in cinta almeno al quinto mese. Qualcosa, permettetemi, non va. Stiamo fuori da ogni criterio di educazione sessuale, per non dire educazione alla responsabilità e un vivere morale, che pare brutto parlarne.
    La seconda cosa, diversa per tenore, è un commento sui temi che mi sembrano essere buoni pur con rischi evidenti: laddove si parla del lavoro o della visione dello straniero nell’arte si rischia il luogo comune e laddove viene chiesto di parlare di scienza non ne viene data una possibile definizione rischiando così che i candidati parlino di tutto tranne del che cos’è la scienza, concetto chiave e propedeutico per qualsiasi analisi.
    Banalissimo, per altro, il tema di attualità. Poteva essere posto diversamente e allora sì che assumeva sostanza e corpo diverso.

    Buona seconda prova per domani ;)

    PS
    Vincenzo Arangio Ruiz chi ca**o è?
    Wikipedia dice questo, per la cronaca! :P

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  • Filed under: myself, scuola
  • Una nomina matura

    Gira che ti rigira, la ruota delle nomine e degli incarichi per questo Esame di Stato ha trovato requie a mio favore.
    Sono stato infatti nominato come commissario esterno in un liceo linguistico di Roma, per la classe di concorso A037, altresì denominata Filosofia e Storia.
    Terza maturità al mio attivo, quarta se includiamo quella in cui ero dall’altra parte dei banchi, mi trovo per la prima volta al di fuori della matrigna protezione della scuola parificata in cui ho prestato finora servizio. Si parrà la mia nobilitate affermerebbe qualcuno, a cui è difficile dargli torto. certo è che giungo a questa chiamata – chiamata da me auspicata – un po’ stanco e stressato da un anno bello ma intenso, che mi ha visto insegnare su più fronti (tre: elementare, liceo e ITAS) per molte ore e di fronte a moltissimi studenti.
    Ora mi trovo in una classe di emeriti sconosciuti, con colleghi sconosciuti, in un contesto sociale sconosciuto anch’esso a dimostrare e vantare competenze che spero non siano sconosciute anch’esse!

    Tomi e libri da studiare!

    Certo, l’Esame di Stato è affascinante, sin dal suo vecchio titolo: maturità. Maturità è un termine che vuol dire talmente tante cose che poi si tende a semplificare e a stereotipare una sorta di studente-fantoccio su cui riversare tanti problemi sociali o incapacità nostre di lettura del reale.
    Sicuramente lo scarto generazionale che separa me, sull’orlo dei 29, da loro, sull’orlo dei 19, è molto forte. Sono cambiati tempi, mode e linguaggi; capacità di sintesi e rielaborazione dei dati; possibilità di relazioni sociali e trasformazioni dell’intimità di carattere epocale; stati d’animo differenti nell’affrontare una sconfitta o un incitamento.
    Noi professori ci troviamo di fronte dei ragazzi un po’ spaesati col mondo che li circonda o meglio, che vi ci sentono talmente tanto dentro da risultarne invece più fuori di quanto immaginano. Padroni della loro vita, in un delirio di onnipotenza, ma quanto più influenzati dal mondo a loro intorno tanto che il loro essere è se è garantito da uno status esterno. Artefici del loro destino nella misura in cui la loro intimità sia svincolata da legami morali o condizionamenti sociali.
    La società ci chiede che questi soggetti (tardo) adolescenziali siano maturi e che ciò possa essere certificato con un numero. Un po’ di numeri qua, un po’ là. Uno in più, uno in meno ed ecco che l’alchimia algebrica ha dato i sui frutti.
    Basta tutto questo per garantire la maturità a uno studente, a un figlio del tempo e del mondo?
    Forse sì, nel gioco sociale a cui stiamo inconsapevolmente giocando. Forse no, se pensiamo che maturare è sinonimo di educare e formare: quanto ancora manca a questo fine e quanto poco si è contribuito!

    Vado a dormire ché domani la sveglia è all’alba e, nomina in mano, debbo varcare la soglia del liceo fingendomi uno sveglio e autorevole professore.
    Che dite, battaglia persa in partenza? ;)

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  • Filed under: myself, scuola
  • Concerto alla luna

    Quando si parla di musica mi invitate a nozze. La adoro e chi mi conosce sa bene quanto sia vera questa affermazione.

    Musica

    Certo, son selettivo e molto. Non mi piace il pop commerciale, la disco contemporanea (che music non è), non mi piacciono le boy band adolescenziali e quanto faccia strappare i capelli. Prediligo, con alcune pregevoli eccezioni – leggasi Fiorella Mannoia, i cantautori, ovvero quelli che sanno coniugare l’arte poietica, del fare musica, con l’ispirazione innata frutto del genio e del consiglio divino. Adoro la musica classica, quell’immensa capacità astratta e pura di riproduzione musicale che fuoriesce da uno spartito fitto di note. Una musica totalmente diversa e molto più complessa dei nostri quattro accordi, ma decisamente più affascinante da ascoltare.
    Esiste poi un ulteriore genere musicale, quello Folk acustico. Il Folk, nella sua etimologia, è una musica che afferisce al popolo, alla tradizione cantata, alle contaminazioni linguistiche ed etniche, alla strumentazione immediata e non sofisticata. Quando questo si unisce al criterio acustico abbiamo dei capolavori. L’acustico è, per semplificare, l’unplugged, la spina staccata degli strumenti elettrici e degli amplificatori distorti. Suono puro, si potrebbe dire.

    Ricapitoliamo: abbiamo una musica che parla un linguaggio semplice, non banale, e pieno di senso per l’uomo che sa ritrovare se stesso in questo codice astratto; abbiamo una strumentazione acustica, senza distorsioni o microfoni, quindi strumenti che sanno suonare da soli: una chitarra acustica, dei fiati, delle percussioni (non la batteria), un violino e lo strumento più naturale che esiste: la voce; abbiamo dei testi delicati e profondi; in più a quanto detto abbiamo un plenilunio d’estate, un parco isolato, il più possibile, dai rumori della città; abbiamo una persona da ricordare (cercate il nome Lorenzo nel Link).

    Abbiamo un concerto alla luna dove i protagonisti sono gli Acustimantico, uno dei gruppi più in gamba dello scenario musicale italiano. Sono loro il soggetto implicito di quanto da me riepilogato: loro che sono in grado di creare questa sintesi e di rivolgerla al pubblico, sempre presente e silenzioso, in una sinestetica alchimia tra profumi di terra e verde, profumo di notte e di vino rosso, colore della musica e suono di insieme.
    Mercoledì 18 giugno, al Parco della Caffarella si esibiranno nel loro ormai abituale Concerto alla Luna. Uno spettacolo da non perdere, bellissimo e melanconico, struggente e romantico, onirico e sensuale.

    Concludo con una canzone degli Acustimantico, ovviamente, sperando che sia ben augurante per la serata e per quest’estate che verrà.
    Ciao :)

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    PS
    Purtroppo non potrò essere presente e non sapete quanto mi dispiaccia e stia rosicando. Chi va è pregato di commentare e raccontare, grazie!

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  • Filed under: musica, myself
  • Sono pronto

    …per fare la maratona Roma – Ostia. Su cartina in scala a 1:50.000 però!
    Jogging, please
    Ebbene sì, sono reduce da una bella corsetta nel mio nuovo locus ludendi, ovvero il Parco degli Acquedotti, laddove i miei pomeriggi estivi troveranno la palestra ideale per il mio (un po’ flaccido e stressato) fisicaccio ;)
    Nonostante sia ancora vivo e inizi a sentire i dolori dei muscoli, mi sento di annotare alcune cosette, ad uso dei corridori della domenica, come sono io insomma!

    1. Perlustrare sempre e prima l’ambiente per decidere quale possa essere il percorso migliore;
    2. Localizzare subito e quando ancora non si ha iniziato a correre i luoghi delle fontanelle e/o dei bar per sciacquarsi il volto, bere o ritonificarsi un minimo;
    3. Non esagerare, soprattutto la prima volta.
    4. Guardare sempre un po’ più lontano così da evitare classi intere dei tuoi studenti! Per carità, li avrei salutati con piacere e affetto ma… non è finita scuola? Pure qua li trovo? :D

    Detto questo, vado a pappa.
    Alla prossima corsetta ;)

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  • Filed under: myself, sport
  • Si scende in campo

    Il pallone di Euro 2008Sia ben chiaro: un campo calcistico, dove lo psiconano ne resta fuori!
    Oggi l’Italia riscenderà in campo a distanza di due anni dalla vittoria, per gran parte meritata, dal Campionato del mondo scorso. La brutta figura con la Francia, nella finalissima, non cancellò comunque le splendide prestazioni dei nostri (molto discussi, in realtà) giocatori che una volta tanto si son messi a correre a giocare al calcio come sanno. Penso all’insuperabile (non si andava proprio oltre, eh) Cannavaro, a Gattuso il combattente (mai falloso), al Materazzi lingua biforcuta (e meno male…) nonché al pischelletto Fabio Grosso, grosso realmente per il mitico Gol che ha fatto durante la vera finale dei mondiali, ovvero la semifinale con la Germania, che idealmente ci riportava indietro a quell’ormai archetipo 4-3 che la mia giovane età non ha concesso di vedere.

    Un post calcistico in effetti non l’avevo mai scritto.
    L’ho fatto perché c’è qualcosa, in quello che vi ho raccontato, che m’ha emozionato terribilmente e che spero di poter riprovare; qualcosa che ricorso con sincero affetto e ancora con l’emozione e l’entusiasmo che mi portano ad alzare le mani in segno di vittoria; qualcosa che m’ha fatto realmente stare un palmo sopra terra per una notte di festa collettiva: il gol di Fabio Grosso nel commento televisivo di Civoli.
    Ero al Circo Massimo, mai così inneggiante e festoso, tra tantissimi tifosi tutti in attesa di qualcosa che provenisse da quel campo di gioco. Tutto lì sembrava inerme però, fino al termine del secondo tempo supplementare, quando Grosso riceve da Pirlo una palla che taglia verticalmente l’area tedesca: colpo a girare (taluni diranno botta di culo) ed è GOL.
    “Mio Dio”, dice Civoli, “mio Dio” ripeto io, ma in me perché fuori di me c’è un boato a cui pienamente contribuisco con il mio grido isterico ed esplosivo.

    Concludo.
    Lo faccio con un in bocca al lupo all’avventura calcistica di quest’Italia un po’ patchwork, tra giovani promesse e vecchi scarponi (parlo di Del Piero, esatto!), che possiate fare del vostro meglio facendoci rivivere ogni bella sensazione possibile.
    Lo faccio anche con questo filmato, che altro non è che la telecronaca di Civoli della semifinale dei Campionati del Mondo di calcio 2006> proprio i tre minuti finali….

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  • Filed under: calcio, myself
  • Fratellanza italica

    Bandiera italianaBuon 2 giugno a tutti!
    Vabbè, non che sia così patriottico da mettere bandiere o chissà che cosa, però son feste belle: ci dobbiamo tenere un po’ tutti e sempre assieme dobbiamo pure compiere una riflessione.
    Nel titolo parlavo di fratellanza italica; già, siamo in grado di compiere una vera e propria fratellanza in questo paese pieno di contraddizioni e di rifiuto dello straniero?
    Non siamo forse noi che da millenni abbiamo sul nostro suolo le più svariate popolazioni, noi stessi incrocio e innesti di sangue, razze e culture? Non siamo forse il paese di riferimento di un Mediterraneo che ha perso la sua coscienza storica? Non abbiamo per secoli esportato cultura, arte, musica e calore umano prima ancora che vergogna, mafia e conflitti d’interessi? Non siamo forse stati noi i primi clandestini in terre straniere?

    Buon 2 giugno allora e siamo consapevoli di far parte di un paese straordinario e pieno di risorse, terra bellissima e disgraziata (come diceva Borsellino parlando della Sicilia), che chiede solo un patriottismo di umana fattura e non di un cieco contrattualismo xenofobo.

    Saluto e concludo con l’inno, ovviamente, interpretato e suonato (niente cantato, per il testo rivolgetevi altrove) in chiave Jazz!

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