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Cogito ergo sum …liber!



Nella memoria collettiva, nella verità narrativa, nel dramma personale e nella gioia comunitaria… il pensiero dell'uomo è alla base della sua libertà. Questo è il blog di Marco Caporicci ;)

Archive for the ‘myself’ Category

Riflessioni cartesiane

Il mio umore: Confuso emoticon Confuso & Melanconico emoticon Melanconico

Cosa mi porta a scrivere nuovamente sul blog, dopo tanto (veramente tanto) tempo in cui non scrivevo nulla?
Sicuramente una componente di noia, causata da queste feste poco sentite e poco vissute; aggiungerei anche la voglia di fare il punto con me stesso, con le cose che accadono dentro e fuori di me, il lavoro e le relazioni.
Sia ben chiaro: non è un nuovo capito delle confessioni bensì un post che vuole scrivere un punto ideale per circoscrivere un periodo vuoto, post-less a cui, incoraggiato dall’anno nuovo, tendo di dare una svolta ideale.

Ci assomiglio, no?

Ci assomiglio, no?

Faccio, dunque sono
Si riapre qui la classica antinomia tra fare ed essere. Ben conoscendo (e pure troppe volte rimarcando) la mia ideale posizione, che mi vede fautore di un approccio ontologico-disposizionale, certo non nascondo la mia apnea esistenziale di fronte alle cose da fare. Non eccessivamente tante, ma eccessivamente opprimenti.
Il tempo intorno agli impegni si chiude, come si chiudono gli spazi mentali di azione e riflessione su (e per) se stessi. Qualcuno chiama questo burn-out. Mi trova concorde.

Lavoro, quindi (non) insegno
Altro tasto dolente delle mie piene occupazioni. Maledetto mondo dell’istruzione italiano, con scarsa considerazione per questo lavoro e per chi vi lavora.
Ho lasciato dopo quattro anni, e con molto rammarico, il mondo della scuola elementare, in cui insegnavo informatica. Poco tempo da dedicarvi e troppi incastri con le superiori, scuola dove invece ho gettato ogni mia speranza (com’è giusto, visto che solo questa mi dà punteggio per la graduatoria).
Niente da fare, però. Le mie iniziali speranze sono sempre più diventate cruda realtà e la supplenza annuale non è venuta (e ormai penso neppure verrà).
L’unica gioia di tutta questa situazione sono state le studentesse (e qualche studente) che sto incontrando in queste scuole dove supplisco. Mi hanno e mi stanno dando molto, sono quelle che mi fanno andare avanti e mi fanno entrare (e uscire soprattutto) in classe col sorriso.

Sentio, quindi excrucior
Chi non è avulso dal pensare come noi siamo esseri-nel-mondo, sa bene quanto noi percepiamo noi stessi come entità patetiche, che hanno sentimenti e che soffrono; che sanno mettersi in gioco e sanno limitarsi; sanno osare e ponderare; sorridere e sbattere i pugni a muro.
Quanto è difficile essere esseri pensanti e, talvolta, quanta invidia verso chi ha come unica preoccupazione quella di stare con una persona, di giocare a calcetto, di uscire la sera o non so che cosa.

Posto, quindi termino
Già, non ero più abituato a scrivere così “tanto”.
Beh, concludo allora salutando chi mi legge, facendo lui (lei) i miei auguri per questo Santo Natale e questo nuovo anno alle porte e vi lascio con il brano che sto sentendo ora, mentre scrivo questo post.
Preso da YouTube, è la prima parte di tre, che spero voi riusciate a (e vogliate) sentirvi, ravanando tra i filmati related.

Ancora auguri, ancora buon ascolto e ancora bentrovati!

So this is Christmas….

Il mio umore: Confuso emoticon Confuso & Contento emoticon Contento

Tanti auguri per un Santo Natale

Tanti auguri per un Santo Natale

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  • Filed under: myself
  • Economia perversa

    Secondo la legge italiana, o meglio, secondo le regole economiche prodotte dalla legge italiana e di governo in governo accettate, condivise, incrementate e quant’altro, al lavoratore dipendente viene tolta dalla busta paga un 27% circa per assolvere i pagamenti di tributi (tasse). Questo al netto delle varie ritenute comunali, regionali, provinciali e così via.

    Ma c’è di più. Facciamo un esempio pratico. Il mio.
    Lavoro nella scuola, ma non in un’unica scuola, poiché sono precario. Lavoro in diverse scuole che, per legge e in virtù di questi contratti spezzati, hanno come opzione di default quella di non toccare la tua busta paga per calcolare detrazioni irpef, facendole così sommare. Lavoro quindi, nel corso del 2007, saltuariamente, tra almeno 4 scuole e accumulo 4 CUD diversi. Nessuno mi toglie niente dalla busta paga che, ingenuamente, considero come unico referente per il fisco: ovvero, togliete quello che vi pare, fate voi e non mi voglio interessare di nulla.
    Ma non è così.
    Quei soldi non detratti dalla busta paga si sono sommati e, a fronte della cifra annua guadagnata nell’anno, mi trovo a pagare il 27% di tasse, nonché 700€ di conguaglio allo stato per l’irpef non tolto dalla busta paga.
    Ma non basta.
    Debbo pagare pure 699€ per “anticiparmi” per l’anno prossimo. Ché se guadagno bene, me li ridanno pure. Ma se non guadagno a sufficienza debbo lasciarli allo stato. Ma, chiedo, se le varie scuole mi avessero detratto l’irpef? Facile, buste paga più leggere. Basti però pensare che, in media, la mia busta paga è stata di 600€ mensili… con l’irpef andava almeno a 530 se non ancora più bassa.

    Sono senza parole, veramente.
    Più uno è precario, più uno guadagna di meno e più devi pagare allo stato e, al contempo, guadagnare sempre meno.

    Sussidio di disoccupazione allora.
    Sì, peccato che va DICHIARATO pure quello! Cioè, io non percepisco un tot sufficiente per vivere, perché non lavoro o sono stato licenziato, così che lo stato mi sussidia con alcuni soldi e debbo pure dichiarare (=pagarci le tasse sopra) quella misera cifra?

    No, qui c’è qualcosa che proprio non va.

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  • Filed under: myself, politica, scuola
  • Cronaca festante

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  • Filed under: myself, politica, scuola
  • Santa subito!

    L'unica beata è lei

    L'unica beata è lei al momento

    [to be continued....]

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  • Filed under: myself
  • Una (laica) preghiera

    Stempero l’amarezza e la tristezza per queste ca**o di convocazioni mancate, di chiamate inutili e di attese ancor più vane, con questa magnifica canzone di Vinicio Capossela, grandioso artista pugliese di cui mai bene si riuscirà veramente a parlarne.
    Sin dal primo mento che ho ascoltato questa dolce melodia ho gridato al capolavoro; ne sono testimoni le persone che mi sono vicino e che ne hanno pazientemente sopportato l’esecuzione per poi annuire sinceramente.
    Un capolavoro, dicevo, ma anche una preghiera. Laica, s’intende. Pur sempre preghiera però, in quel misto di speranza e annullamento, certezza e richiesta. Da cantare a occhi chiusi, nel favore delle accoglienti opacità notturne e con in cuore ciò che di più abbiamo di caro, persona o ricordo che sia.

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  • Filed under: musica, myself
  • Solipsismi gastronomici

    Metti una sera a cena, in cui sei da solo.
    Tu che convivi e sei sposato al momento non puoi capire, devi solo affidarti ai ricordi.

    Buon appetito!

    Buon appetito!

    Metti una sera a cena, in cui sei da solo. Hai a disposizione la cucina, tua sposa per una serata. Pochi ingredienti ma tanta fantasia e inizi. La base di verdure è cosa buona e giusta. E via a soffriggere cipolla e aglio in camicia e ad aggiungere ad esso peperoni e zucchine tritate; come aggiunta finale del buon pomodoro pachino.
    La scelta della pasta è caduta sulle mezze maniche, adorabili nel contenere un po’ il tritato di verdure. Pasta alle verdure fu il mio primo.
    E fu primo e fu secondo, e il cuoco vide che era cosa buona e giusta.

    Già secondo… cosa fare?
    Uova ci sono, ma che banale rifugiarsi sempre nella solita frittata… e allora? Allora: omelette!
    Un po’ di prosciutto, due fette di sottilette… e via.
    E fu primo e fu secondo, e il cuoco vide che era cosa buona e giusta.

    Come accompagnare questo ben di Dio, veramente venuto su mooooolto buono?
    “Ho delle bottiglie in riserva”, penso, “potrei attingere ad esse!” Furtivo salgo sulla sedia, apro l’anta sopra il frigorifero e tra alcune chicche scelgo un ottimo vino portoghese, Domini s’antitola.
    Della regione del Douro, nei pressi di Porto, ha 14° di spessore alcoolico e un colore rubino da vendemmia 2004!
    E fu primo e fu secondo, pur senza contorno. E il cuoco vide che era cosa buona e giusta.

    Ora che scrivo questo post sono di fronte all’ultimo bicchiere di vino, con l’uva che mi accompagna a mò di Caronte digestivo in questa nottata.
    Perché fu primo e fu secondo, pur senza contorno, ma con tanto vino attorno. Il cuoco vide che era cosa buona e giusta e mai ci fu così che più gli gusta.

    Di godersi una ser in beata solitudine
    in cui la cena fu mia sposa e il mio gusto
    tant’è che sì appagato fui nel gusto
    che di sapor gustai da sol in beatitudine

    Aggiornamento sulla scuola

    Va sempre peggio!
    Pure questa volta ne sono fuori… 30 persone per una cattedra o spezzone di essa.
    Posso organizzare un V3 day tutto per la scuola? Posso? Vabbé, intanto inizio sottovoce:
    “‘fanculo….”

    Il futuro del bambini non fa rima con Gelmini

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  • Filed under: myself, scuola
  • Futuro precario

    Se si potesse riformare la nostra grammatica e riformulare le coniugazioni dei verbi, proporrei di introdurre questo tipo di futuro, il futuro precario.
    Basterebbe poco a pronunciarlo e anzi, i primi sostenitori e promotori di questo nuovo modus parlandi potrebbero essere coloro i quali si trovano nella mia situazione.

    Mi trasferisco a qualche anno fa quando, nel lontano 1998 iniziavo a costruire la mia fortuna universitaria barcamenandomi tra il piano degli studi e le classi di concorso. Poter insegnare le materie per le quali da lì a poco mi sarei laureato era un bel sogno da perseguire e la possibilità di poter aggiungere ad esse la lingua italiana nonché quella latina (allora si poteva) furono per me un incentivo concreto.
    Invece no.
    I primi sogni conobbero l’asprezza della realtà e il millennium bug colpì anche il ministero della pubblica istruzione per cui il mio corso di laurea non fu più considerato abilitante e non potevo, ahimè, insegnare più materie di quanto avevano previsto. Pazienza, un primo addio alla lingua dei padri e a quella dei nonni e via, in vista della laurea e di ciò che sarebbe arrivato dopo.. cosa? boh…
    Anni dopo, passato l’ardore informatico (utilissimo invero) che mi condusse a rallentare un po’ la corsa, mi laureai alla splendida età di 24 anni – il quarto di secolo alle porte- e giovine carne da macello tentai, con un po’ di studio estivo, di tentare la sorte verso un quadro didattico più ad ampio respiro: dottorato o specializzazione per l’insegnamento.
    Quel misto di fortuna e di bravura mi condusse, ringraziando i raccomandati all’università, a poter entrare nella ssis – la stessa che ora si è chiusa – attraverso un discreto esame d’ammissione e a iniziare a frequentare, in cattività, tre lunghi anni. Certo, fare la ssis voleva significare fare ciò che avevo appena affrontato all’università: corsi di psicologia dello sviluppo, di sociologia, di pedagogia, di didattica… speravo quindi di poter saltare a pié pari un anno almeno.
    Invece no.
    E via col replay di molti esami fatti, di molti professori conosciuti e che avrei voluto sinceramente evitare. Così non avvenne, e fu sera e fu mattina. Tre anni passarono, molti amici-colleghi incontrati, belle esperienze di tirocinio, pessime lezioni di formazione. Eppure il futuro precario, quello per cui tu dici: bene, dopo 4 (che divennero 6 ma poco importa) + 2 + 1 (tre anni corrispondono a due abilitazioni)… cioè dopo 7 anni di studio avrò diritto al lavoro, all’inserimento diretto in graduatoria…
    Invece no.
    Per il mio ciclo ssis le porte della graduatoria non si aprirono, e furono contestazioni, incontri in collettivo, manifestazioni. Cambierà qualcosa, gridavamo!
    Invece no.
    Le graduatorie si aprirono l’anno successivo e fu subito bolgia. Intanto si iniziò a lavorare in una scuola privata, sottopagati e con sforzi di orario incredibili. Si iniziarono a sentire agli esami cose inenarrabili – dal libro di Socrate al fratello gemello dell’Emilio di Rousseau e così via – nonché ad aspettare compensi di lavori svolti che allora speravamo potessero arrivare subito.
    Invece no.
    I soldi non sono arrivati tuttora e non so se arriveranno. In graduatoria ci sono entrato e per fortuna l’anno scorso ho iniziato ad insegnare alla scuola pubblica. Da dicembre… ma ho iniziato. Continuerò, ne sono sicuro!
    Invece no.

    Lo dico da sempre: le cattedre si trovano da IKEA

    Lo dico da sempre: le cattedre si trovano da IKEA

    Non ci sono convocazioni, cattedre disponibili, spezzoni varii. Ci sono solo i tagli, arroganti, pretenziosi e ignobili, per il corpo docente, per ristabilire gli equilibri di cassa di governi che non sanno distribuire equamente le risorse a quei settori che più dovrebbero esserne beneficiari.
    Sentivo oggi un’intervista al primo ministro danese: loro puntano sull’istruzione sopra ogni altra cosa, perché sanno che da lì tutto comincia. Sarà anche per noi uguale?
    Invece no.
    Da noi non è così, da noi si donano soldi alla difesa, ai benefici elitari delle masse, alla conservazione dei privilegi clientelari delle lobbies. Da noi non è così.

    Mi avvio alla conclusione citando un’avvenimento successo l’anno scorso, in un quarto liceo.
    “Prof, ma lei ci sarà l’anno prossimo?”
    “No, mi spiace.. è quasi impossibile che ritorni qui”
    “Ah e come mai?”
    [segue spiegazione tra classi di concorso, graduatorie, chiamate, immissioni in ruolo e così via]
    “Capito… e quando avrà una cattedra?”
    “Se le cose stanno così (notare il futuro precario), penso tra 5, 6 anni”
    “Insomma quando non avrà più l’entusiasmo di ora”
    “…”

    Così dopo anni di studio e di speranze, di entusiasmo mai scemato – spero confermeranno i miei ex alunni che leggono questo blog – mi trovo qui, a declamare versi in un futuro precario.
    Al momento la rima non c’è e se mai ci sarà sarà veramente da preoccuparsi.

    καλή τύχη

    Ovvero, buona fortuna in Greco.
    Con queste parole ho salutato la gente del posto, volti e persone degne di rispetto e cordiali, luoghi e spiagge selvagge ma ospitali.

    Costa in Thassos

    Costa in Thassos

    Ebbene sì, sono tornato dalla Grecia, da questo immenso e incredibile viaggio che mi ha portato due settimane via – ero realmente al di fuori di ogni cosa – dal caos romano e dalla stanchezza accumulata in un anno di lavoro&incazzamento (fatta eccezione della dolce parentesi croata).
    L’itinerario da subito prescelto si basava su percorsi esterni al turismo di massa (leggasi italiano) e su una vicinanza alle tradizioni e alle persone di ogni luogo che si andava a visitare. Così è stato, infatti.
    Dal momento dell’imbarco, a Brindisi anziché Bari, a quello dell’arrivo, Igoumenitsa anziché Patrasso. Dalla prima tappa, sulle Meteore fino ad arrivare a delle splendide insenature sull’estremo di terraferma bagnata dall’Egeo.
    Anche la scelta delle isole, Skiathos dapprima e Thassos in seguito è stata felicissima. La prima, con spiagge da cartolina è forse più turistica della seconda, avendo meno possibilità di muoversi lungo il perigeo tanto da concentrare nella cittadina omonima quanti più turisti possibili.
    L’isola di Thassos, invece, è un gioiello verde e azzurro incastonato a nord dell’Egeo.
    Riposo e tanto sole… tanto da avere la così ricercata linea dell’abbronzatura! – mischiati a tanta tradizione e religiosità diffusa, nonché a singolari modi di fare e di essere, tali da essere all’estremo. Si passava dall’accoglienza di una signora nella cucina della sua taverna per farci vedere i piatti che poi ci avrebbe servito fino alla strafottenza di alcuni greci che mai e poi mai avrebbero chiesto scusa per esserti venuti addosso e averti rifilato caracche da antologia.

    Concludo dapprima linkando definitivamente la pagina nel mio fotoblog dove sono contenute tutte le foto della vacanza in Grecia e infine ringraziando il mio compagno di viaggio, Riccardo, in posa assieme a me manco fossimo i Pink Floyd.
    Ce l’abbiamo fatta anche stavolta!


    Una foto un po' alla "Us and them"

    Una foto alla Us and Them

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