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Cogito ergo sum …liber!



Nella memoria collettiva, nella verità narrativa, nel dramma personale e nella gioia comunitaria… il pensiero dell'uomo è alla base della sua libertà. Questo è il blog di Marco Caporicci ;)

Archive for the ‘cose di cosa nostra’ Category

Perché

Il mio umore: Melanconico emoticon Melanconico

Perché...

Perché...

Piango.
Interiormente.
Le lacrime come eco risuonano
e questo riempie il buio in me,
inabile nell’assaporare
nuova luce.
Esteriore.
Che entra e scuote,
libera e giustifica,
sana e benedice.
Nell’intimo.
Balsamo dell’anima e profumo del pensiero,
trincea di salvezza questo sguardo
che mi rivolgi.
Sincera.
L’espressione di chi gioisce dell’insieme
e con innocente malizia ti invita
in un dolce ballo.
Corpo a corpo.
È il nostro muoverci.
Le labbra che vogliono e le mani che plasmano
lo spazio tra di noi.
Vuoto.
Perché pieno dei limiti e dell’impossibile,
della voglia di te che ancora
non sai di essere.
Tu, mia.
Se è nel possesso il mio desiderio,
se è giusto l’averti o avaro il lasciarti.
Libera.
E liberi sono i miei occhi
di osservarti, ancora,
mentre si offusca al pianto
la tua vista.
Sfocata.
Di un desiderio di libertà
e di amore
a me finora negato.
Perché?

Marco Caporicci

…e guardo il mondo da un oblò!

Il mio umore: Confuso emoticon Confuso & Incerto emoticon Incerto

Ma spero di non annoiare – né di annoiarmi – scrivendo questo mio post!

Torno a scrivere sul blog dopo moooolto tempo e mi sento un po’ come descritto da questa canzone di Gianni Togni.
A guardare il mondo da un oblò.
Una frase che avviene non a caso, incastonandosi così in un periodo non granché gioioso, sicuramente introspettivo, ma che non trova molti sbocchi futuri immediati e di facile risoluzione. Che pone, poi, una duplice visione: dal di dentro e al di fuori dell’oblò.

httpv://www.youtube.com/watch?v=SI-6s2DG-KE

Come sono io, che sono dalla parte concava dell’oblò?
Chiuso dentro lo scafo, senza sapere che tragitto questo stia seguendo o a quale profondità del mare sia posizionato. In balia delle correnti marine e, forse colpevolmente, senza opporre neppure troppa resistenza.
I tanti punti di partenza a cui la vita m’ha ricondotto – dimensione lavorativa, affettiva, casalinga coatta, salute incerta – m’hanno disorientato e ho perso il comando del timone e il controllo della bussola per orientarmi.
Ecco, sono disorientato. E affetto dal sempre più violento virus del precariato esistenziale.
Ma lotto, perché non compaia una vena di tristezza in fondo all’anima, anzi: perché possa sempre sorridere a tutto, avversità comprese. E non so a chi sarà affidato il compito di traghettarmi verso lidi più calmi e tranquilli, dove possa trovare un po’ di serenità e progettualità futura.

Com’è invece il mondo al di là dell’oblò?
Idiota, mi verrebbe da rispondere senza indugiare troppo nel pessimismo cosmico. Almeno nella sua specificità italiana.
Idiota perché nulla concorre, di quanto viene fatto, al bene di chi è cittadino di questo paese. Nulla.
Nulla fanno i politici, se non parlare del vuoto assoluto in termini di giustizia e di welfare state. Bel termine quest’ultimo, lo riempissero solo di contenuto anziché di propaganda elettorale non sarebbe male.
Poi c’è il ciarpame televisivo imperante, saggi telepredicatori stipendiati per vestirsi all’ultima moda e dire cose che neppure la loro madre vorrebbe sentire.
Poi ci sono le ridicole discussioni su alcuni temi scottanti. Un esempio tra tutti: il crocifisso nei luoghi pubblici.
Apriamo una piccola parentesi a riguardo.

Non ho problemi al fatto che venga tolto il crocifisso dalle aule.
Non certo per una questione di dubbia laicità, né per una questione di rispetto delle altre religioni. Solo che così lo vedo inutile, ancor più un povero Cristo di quanto già lo sia per sua scelta, molto tempo addietro. Inutile perché reso inutile da persone che non lo testimoniano, neppure minimamente; non lo pregano, neppure per sbaglio; non lo cercano, neppure in sciagura; lo maledicono per un nonnulla e così via.
Inutile perché sembra, attenzione: sembra, vano il suo sacrificio di 2000 anni fa.
Mi verrebbe da dire: testimoniamo con la nostra vita la croce e le persone la vedranno in noi, come viva e non appesa tristemente al muro e abbandonata al pari dell’edilizia pubblica.
Ora però viene il bello!

La croce non permette ai più piccoli di scegliere la priopria fede
Idiozia prima: la croce c’è sempre stata e l’Italia è una delle nazioni con meno vocazioni al mondo. Anzi, sembra siano in aumento, soprattutto nella dimensione capitolina, altre religioni. Segno che questo legame è puramente inventato o, se presente, è a discapito della fede stessa.

La UE ha emesso questa sentenza perché non viene citata l’inpronta cristiana nella costituzione europea
Vero, ma questo qui è un errore oltre che macroscopico anche molto idealistico e che dà il senso dell’ignoranza ormai diffusa.
Aprite un qualsiasi manuale di storia medievale e moderna, ve ne prego. Nel bene (molto, ma che poco si legge e si fa notare) e nel male (al contrario, giustamente visibile) il Cristianesimo – e/o Cattolicesimo – è sempre stato al centro di ogni cosa. Forse pure troppo, ma tant’è che negarlo dalla costituzione UE vuol significare essere profondamente ignoranti della storia.

Il crocifisso è un simbolo di violenza, di sangue e di repressione
Qui, mi perdonerete, rido.
Tra le tante cose che si possono dire, si sono scelte le tre espressioni all’opposto del vero senso della Croce, con la C maiuscola.
Riprendiamo i manuali di storia e andiamo a vedere quali sono state le vere potenze che hanno marchiato a ferro e fuoco la storia. E pensiamo, per assurdo, di agire di conseguenza.
Partiamo dai romani, ad esempio. Vi prego, distruggete seduta stante il colosseo perché non nascano bambini impauriti dalle violenze che venivano perpetrate lì dentro. Eliminate gli archi, simbolo dell’umiliazione pubblica degli sconfitti!
Si aboliscano le nazioni barbare e celtiche, perché loro stupravano prima, durante e dopo le conquiste territoriali!
Non si parli più della rivoluzione francese, per carità! Vogliamo mettere il sangue, la violenza e la repressione di una ghigliottina? O nel civilissimo XX secolo, le guerre che hanno sterminato un quinto della popolazione mondiale? Mettiamo gli USA dalla parte del vincitore? Ma come? E la bomba atomica?

Non sto facendo di tutt’erba un fascio. Solo dicendo che siamo critici e intransigenti solo quando fa comodo.
Non prendetevela con la Chiesa, prendetevela intanto con uno Stato che fa ridere.
E se qualcuno ha ancora la forza di dire che la Chiesa predica bene e razzola male, se la prendesse con chi, nel proprio orizzonte di vita, è incoerente rispetto a quanto egli stesso crede e spera.

Non ho forze e idee per continuare questo post, l’avrete capito.
Una delle poche cose positive di quest’ultimo periodo è il fatto che ho rinnovato graficamente l’home page del mio sito.

Buona visione e buona lettura di questo blog, confidando in post migliori e più leggeri!

Just breathe

Il mio umore: Melanconico emoticon Melanconico

Did I say that I need you?
Did I say that I want you?
Oh, if I didn’t I’m a fool you see
No one knows this more than me

Pearl Jam – Just Breathe

Avrai la tua vita

Il mio umore: Melanconico emoticon Melanconico

A te, perché tu sai chi sei

Avrai la tua vita,
che già tanto ti attende
pronta a donarti
i sorrisi più belli,
la tranquillità che mai provasti appieno,
la fermezza di uno sguardo
a te solo rivolto.

Avrai la tua vita,
mai doma nello starti accanto,
silenziosa presenza che
una tarda epifania rivelò,
non certo inattesa e
di flebile risolutezza,
quando ormai il meriggio
lasciava stanco
il suo corso del giorno
e le prime lacrime comparivano
a illuminare di pianto
la notte in riva al mare.

Avrai la tua vita,
che io forse ti ho tolto,
ingenuamente colpevole
in un mondo certo non mio
nel quale io e te
ci siamo legati,
siamo stati illusi,
sedotti e provati,
assecondati e feriti,
invitati eppur mai accolti a festa.

Avrai la tua vita,
lontano dalla mia,
benché tu in me
e io in te
saremo riflessi,
ormai comparse che
attendono il palco,
in quest’ultima rappresentazione
che altri non presenta in locandina
se non noi.

Il mio umore: Melanconico emoticon Melanconico

…avevo pochi anni e vent’anni sembran pochi,
poi ti volti a guardarli e non li trovi più.

Curioso il fatto che torni a scrivere sul blog proprio in questo momento, alla vigilia del mio cambio di data anagrafico.
Curioso perché non scrivo da tanto (forse per colpa di Facebook, che prima o poi cancellerò) e perché non penso che quello che scriverò sia l’avvio di una nuova stagione del mio blog.
Mi va di parlare un po’, di sfogarmi e chi mi sente mi sente.
Son 30, dicevo. Trenta… suona roboante questa cifra, quasi come se il giovanile venti dovesse mettersi in disparte per permettere al trenta di entrare, barocco e lussureggiante, rumosoro e così stupidamente onomatopeico.
Non so ancora cosa fare e fondamentalmente non proprio SE fare qualcosa. Probabilmente non festeggierò se non con i più prossimi. Perché? Boh.
Noia? Accidia? Insoddisfazioni? Paura di crescere? Solitudine? Mancanza di spirito di iniziativa? Mancanza di vicinanza e solidarietà? Eventi strani, inspiegabili e, talvolta, sfavorevoli?
Facciamone un bel cocktail, aggiungiamoci altri ingredienti segreti (ma che danno un sapore univoco alla miscela) e serviamo questa bevanda fredda. Due sorsi e via. Ecco sfilare il mio b-day.

Soffiate tutti, dai, che le candeline sono tante!

Soffiate tutti, dai, che le candeline sono tante!


Trent’anni.
Potrebbero essere i secondi 15 anni, a pensarci bene. Ma non lo sono. Sono 30, tutti interi e senza sconti.
Trent’anni.
Dopotutto sono pur qualcosa: raggiungimento di obiettivi, punto di svolta, scherzi con amici sul cambio data e fantasiose peripezie peterpaniane.
Non che non ci sia niente, ma c’è poco. E me ne dispiaccio.
Intorno a me sento tanta individualità e poche relazioni amicali, di quelle che i trentenni dovrebbero necessariamente avere, quasi come un diritto inalienabile.
Dentro di me sento così tanti sentimenti contrastanti che a malapena riesco a tessere le fila della mia esistenza e a camminare con la testa alta (come ho sempre fatto), sebbene né gli occhi puntino tanto oltre il mio semplice sguardo, né le spalle larghe sembrano reggere il peso di tanta contraddittorietà.
Al di fuori di me c’è il rituale burocratico-amministrativo della vita: tasse (ora scopro l’amaro significato di questa parola, nonché l’assurdità di una così onerosa richiesta); il tuo lavoro che non c’è e che quando c’è vale poco, veramente poco; il caldo che soffoca e non fa pensare; la visione del verde di un parco e dei colli tuscolani-albani, entrambi troppo distanti nel loro essere a portata di mano; la somma delle relazioni che vanno avanti con tanti mah e troppo pochi sì.
Aggiungiamo a questa lista la lontananza della musica. Chi mi conosce sa cosa vuol dire che io ne sia lontano: è in gioco me stesso.

Già, chi mi conosce.
Chi mi conosce sa che io non sono così. Sa che quanto ho scritto è un periodo e non può essere per sempre.
Io mi conosco? Ho fiducia in me? Saprò rialzarmi da questo momento che non è solo un inciampo occasionale, ma forse qualcosa di più profondo?
Tu, o Dio, che mi conosci e che forse per questo prepari a ferro&fuoco il mio giudizio, hai qualche ciambella di salvataggio?

Vabbè, ora facciamola meno tragica.
Pur se ero partito col falò sulla spiaggia e mi ritroverò a vedere Harry Potter (tanto di cappello per la Rowling, ma non è la stessa cosa), oggi è pur sempre il mio compleanno.
Soffierò sulla candelina, cercherò il mio regalo togliendomi qualche sfizio e sorriderò (questo sì, a me non mancherà mai il sorriso) al mondo.

Auguri Marco, buoni 30 anni.

[titolo censurato]

Il mio umore: Confuso emoticon Confuso & Inca**ato emoticon Inca**ato

Se la finitudine e la mortalità siano condizioni esistenziali dell’uomo non penso ci sia da discuterne.
Su come dei coglioni possano incrementare esponenzialmente il limite dell’esistenza (altrui) questo sì che sarebbe da argomentare.
Spesso siamo talmente obnubilati dalle notizie, sempre uguali, delle tante stragi del sabato (ma anche del lunedì, martedì…) sera che forse ci sfugge, nel dettaglio, la gravità della cosa in sé. Ovvero di condurre una macchina (leggasi anche in chiave di potenziale arma mortale) totalmente incapaci di intendere e di volere.
Sia ben chiaro subito che non predico qui il proibizionismo o una falsa e ipocrita visione perbenista. Sono il primo che ha guidato anche avendo bevuto qualcosina ma sempre (e lo ripeto: sempre) avendo il controllo dei propri limiti e ben sapendo il carico di responsabilità che accompagnare amici volesse significare.
Qui parliamo di tre distinte cose, a mio avviso:

  1. Chi si ubriaca o si droga, perdendo ogni contatto col mondo reale, con le proprie capacità e limiti psicofisici e così via
  2. Chi è inetto alla guida perché o troppo nervoso o incapace di prendere decisioni in velocità o perché amante del rischio (proprio) e incurante dei pericoli (altrui)
  3. Tutte e due le cose assieme

Tutto questo per dire cosa?
Lunedì sera stavo per perdere, in un unico incidente, due miei amici e le loro due figlie.

L'articolo di Repubblica del 30 dicembre

L'articolo di Repubblica del 30 dicembre

La colpa è di un emerito coglione (non so a quale delle tre categorie di cui sopra può far riferimento) ha ben pensato di cambiare carreggiata sulla Cristoforo Colombo, pensando (….) di essere l’unico al momento – erano le 19.30 di sera – ad attraversarla. Il cambio di carreggiata, per la cronaca, non è avvenuto lungo i ben definiti corridoi bensì approfittando dello spazio di un incrocio, incurante di precedenze, macchine che venivano, vite che si potevano consumare.
“Ho fatto una cazzata, scusa” ha sussurrato l’attentatore al finestrino rotto e allo sportello impossibilitato ad aprirsi di Fabio.
Cazzata? Ti denuncerei per tentato omicidio, coglione che non sei altro!

“Un miracolo” cita l’articolo. Un miracolo ribatto io.
Fabio se la caverà con 30 giorni di riposo (ha due costole rotte e contusioni varie), Chiara dovrà portare il collare per un po’ di tempo, la piccola Delia ha giusto un taglietto all’occhio e l’ancor più piccola Nora è rimasta totalmente illesa.

Grazie Dio per questo miracolo.

Riflessioni cartesiane

Il mio umore: Confuso emoticon Confuso & Melanconico emoticon Melanconico

Cosa mi porta a scrivere nuovamente sul blog, dopo tanto (veramente tanto) tempo in cui non scrivevo nulla?
Sicuramente una componente di noia, causata da queste feste poco sentite e poco vissute; aggiungerei anche la voglia di fare il punto con me stesso, con le cose che accadono dentro e fuori di me, il lavoro e le relazioni.
Sia ben chiaro: non è un nuovo capito delle confessioni bensì un post che vuole scrivere un punto ideale per circoscrivere un periodo vuoto, post-less a cui, incoraggiato dall’anno nuovo, tendo di dare una svolta ideale.

Ci assomiglio, no?

Ci assomiglio, no?

Faccio, dunque sono
Si riapre qui la classica antinomia tra fare ed essere. Ben conoscendo (e pure troppe volte rimarcando) la mia ideale posizione, che mi vede fautore di un approccio ontologico-disposizionale, certo non nascondo la mia apnea esistenziale di fronte alle cose da fare. Non eccessivamente tante, ma eccessivamente opprimenti.
Il tempo intorno agli impegni si chiude, come si chiudono gli spazi mentali di azione e riflessione su (e per) se stessi. Qualcuno chiama questo burn-out. Mi trova concorde.

Lavoro, quindi (non) insegno
Altro tasto dolente delle mie piene occupazioni. Maledetto mondo dell’istruzione italiano, con scarsa considerazione per questo lavoro e per chi vi lavora.
Ho lasciato dopo quattro anni, e con molto rammarico, il mondo della scuola elementare, in cui insegnavo informatica. Poco tempo da dedicarvi e troppi incastri con le superiori, scuola dove invece ho gettato ogni mia speranza (com’è giusto, visto che solo questa mi dà punteggio per la graduatoria).
Niente da fare, però. Le mie iniziali speranze sono sempre più diventate cruda realtà e la supplenza annuale non è venuta (e ormai penso neppure verrà).
L’unica gioia di tutta questa situazione sono state le studentesse (e qualche studente) che sto incontrando in queste scuole dove supplisco. Mi hanno e mi stanno dando molto, sono quelle che mi fanno andare avanti e mi fanno entrare (e uscire soprattutto) in classe col sorriso.

Sentio, quindi excrucior
Chi non è avulso dal pensare come noi siamo esseri-nel-mondo, sa bene quanto noi percepiamo noi stessi come entità patetiche, che hanno sentimenti e che soffrono; che sanno mettersi in gioco e sanno limitarsi; sanno osare e ponderare; sorridere e sbattere i pugni a muro.
Quanto è difficile essere esseri pensanti e, talvolta, quanta invidia verso chi ha come unica preoccupazione quella di stare con una persona, di giocare a calcetto, di uscire la sera o non so che cosa.

Posto, quindi termino
Già, non ero più abituato a scrivere così “tanto”.
Beh, concludo allora salutando chi mi legge, facendo lui (lei) i miei auguri per questo Santo Natale e questo nuovo anno alle porte e vi lascio con il brano che sto sentendo ora, mentre scrivo questo post.
Preso da YouTube, è la prima parte di tre, che spero voi riusciate a (e vogliate) sentirvi, ravanando tra i filmati related.

Ancora auguri, ancora buon ascolto e ancora bentrovati!

httpv://www.youtube.com/watch?v=ubGxLP22VCs&feature=related

Solipsismi gastronomici

Metti una sera a cena, in cui sei da solo.
Tu che convivi e sei sposato al momento non puoi capire, devi solo affidarti ai ricordi.

Buon appetito!

Buon appetito!

Metti una sera a cena, in cui sei da solo. Hai a disposizione la cucina, tua sposa per una serata. Pochi ingredienti ma tanta fantasia e inizi. La base di verdure è cosa buona e giusta. E via a soffriggere cipolla e aglio in camicia e ad aggiungere ad esso peperoni e zucchine tritate; come aggiunta finale del buon pomodoro pachino.
La scelta della pasta è caduta sulle mezze maniche, adorabili nel contenere un po’ il tritato di verdure. Pasta alle verdure fu il mio primo.
E fu primo e fu secondo, e il cuoco vide che era cosa buona e giusta.

Già secondo… cosa fare?
Uova ci sono, ma che banale rifugiarsi sempre nella solita frittata… e allora? Allora: omelette!
Un po’ di prosciutto, due fette di sottilette… e via.
E fu primo e fu secondo, e il cuoco vide che era cosa buona e giusta.

Come accompagnare questo ben di Dio, veramente venuto su mooooolto buono?
“Ho delle bottiglie in riserva”, penso, “potrei attingere ad esse!” Furtivo salgo sulla sedia, apro l’anta sopra il frigorifero e tra alcune chicche scelgo un ottimo vino portoghese, Domini s’antitola.
Della regione del Douro, nei pressi di Porto, ha 14° di spessore alcoolico e un colore rubino da vendemmia 2004!
E fu primo e fu secondo, pur senza contorno. E il cuoco vide che era cosa buona e giusta.

Ora che scrivo questo post sono di fronte all’ultimo bicchiere di vino, con l’uva che mi accompagna a mò di Caronte digestivo in questa nottata.
Perché fu primo e fu secondo, pur senza contorno, ma con tanto vino attorno. Il cuoco vide che era cosa buona e giusta e mai ci fu così che più gli gusta.

Di godersi una ser in beata solitudine
in cui la cena fu mia sposa e il mio gusto
tant’è che sì appagato fui nel gusto
che di sapor gustai da sol in beatitudine

Futuro precario

Se si potesse riformare la nostra grammatica e riformulare le coniugazioni dei verbi, proporrei di introdurre questo tipo di futuro, il futuro precario.
Basterebbe poco a pronunciarlo e anzi, i primi sostenitori e promotori di questo nuovo modus parlandi potrebbero essere coloro i quali si trovano nella mia situazione.

Mi trasferisco a qualche anno fa quando, nel lontano 1998 iniziavo a costruire la mia fortuna universitaria barcamenandomi tra il piano degli studi e le classi di concorso. Poter insegnare le materie per le quali da lì a poco mi sarei laureato era un bel sogno da perseguire e la possibilità di poter aggiungere ad esse la lingua italiana nonché quella latina (allora si poteva) furono per me un incentivo concreto.
Invece no.
I primi sogni conobbero l’asprezza della realtà e il millennium bug colpì anche il ministero della pubblica istruzione per cui il mio corso di laurea non fu più considerato abilitante e non potevo, ahimè, insegnare più materie di quanto avevano previsto. Pazienza, un primo addio alla lingua dei padri e a quella dei nonni e via, in vista della laurea e di ciò che sarebbe arrivato dopo.. cosa? boh…
Anni dopo, passato l’ardore informatico (utilissimo invero) che mi condusse a rallentare un po’ la corsa, mi laureai alla splendida età di 24 anni – il quarto di secolo alle porte- e giovine carne da macello tentai, con un po’ di studio estivo, di tentare la sorte verso un quadro didattico più ad ampio respiro: dottorato o specializzazione per l’insegnamento.
Quel misto di fortuna e di bravura mi condusse, ringraziando i raccomandati all’università, a poter entrare nella ssis – la stessa che ora si è chiusa – attraverso un discreto esame d’ammissione e a iniziare a frequentare, in cattività, tre lunghi anni. Certo, fare la ssis voleva significare fare ciò che avevo appena affrontato all’università: corsi di psicologia dello sviluppo, di sociologia, di pedagogia, di didattica… speravo quindi di poter saltare a pié pari un anno almeno.
Invece no.
E via col replay di molti esami fatti, di molti professori conosciuti e che avrei voluto sinceramente evitare. Così non avvenne, e fu sera e fu mattina. Tre anni passarono, molti amici-colleghi incontrati, belle esperienze di tirocinio, pessime lezioni di formazione. Eppure il futuro precario, quello per cui tu dici: bene, dopo 4 (che divennero 6 ma poco importa) + 2 + 1 (tre anni corrispondono a due abilitazioni)… cioè dopo 7 anni di studio avrò diritto al lavoro, all’inserimento diretto in graduatoria…
Invece no.
Per il mio ciclo ssis le porte della graduatoria non si aprirono, e furono contestazioni, incontri in collettivo, manifestazioni. Cambierà qualcosa, gridavamo!
Invece no.
Le graduatorie si aprirono l’anno successivo e fu subito bolgia. Intanto si iniziò a lavorare in una scuola privata, sottopagati e con sforzi di orario incredibili. Si iniziarono a sentire agli esami cose inenarrabili – dal libro di Socrate al fratello gemello dell’Emilio di Rousseau e così via – nonché ad aspettare compensi di lavori svolti che allora speravamo potessero arrivare subito.
Invece no.
I soldi non sono arrivati tuttora e non so se arriveranno. In graduatoria ci sono entrato e per fortuna l’anno scorso ho iniziato ad insegnare alla scuola pubblica. Da dicembre… ma ho iniziato. Continuerò, ne sono sicuro!
Invece no.

Lo dico da sempre: le cattedre si trovano da IKEA

Lo dico da sempre: le cattedre si trovano da IKEA

Non ci sono convocazioni, cattedre disponibili, spezzoni varii. Ci sono solo i tagli, arroganti, pretenziosi e ignobili, per il corpo docente, per ristabilire gli equilibri di cassa di governi che non sanno distribuire equamente le risorse a quei settori che più dovrebbero esserne beneficiari.
Sentivo oggi un’intervista al primo ministro danese: loro puntano sull’istruzione sopra ogni altra cosa, perché sanno che da lì tutto comincia. Sarà anche per noi uguale?
Invece no.
Da noi non è così, da noi si donano soldi alla difesa, ai benefici elitari delle masse, alla conservazione dei privilegi clientelari delle lobbies. Da noi non è così.

Mi avvio alla conclusione citando un’avvenimento successo l’anno scorso, in un quarto liceo.
“Prof, ma lei ci sarà l’anno prossimo?”
“No, mi spiace.. è quasi impossibile che ritorni qui”
“Ah e come mai?”
[segue spiegazione tra classi di concorso, graduatorie, chiamate, immissioni in ruolo e così via]
“Capito… e quando avrà una cattedra?”
“Se le cose stanno così (notare il futuro precario), penso tra 5, 6 anni”
“Insomma quando non avrà più l’entusiasmo di ora”
“…”

Così dopo anni di studio e di speranze, di entusiasmo mai scemato – spero confermeranno i miei ex alunni che leggono questo blog – mi trovo qui, a declamare versi in un futuro precario.
Al momento la rima non c’è e se mai ci sarà sarà veramente da preoccuparsi.

καλή τύχη

Ovvero, buona fortuna in Greco.
Con queste parole ho salutato la gente del posto, volti e persone degne di rispetto e cordiali, luoghi e spiagge selvagge ma ospitali.

Costa in Thassos

Costa in Thassos

Ebbene sì, sono tornato dalla Grecia, da questo immenso e incredibile viaggio che mi ha portato due settimane via – ero realmente al di fuori di ogni cosa – dal caos romano e dalla stanchezza accumulata in un anno di lavoro&incazzamento (fatta eccezione della dolce parentesi croata).
L’itinerario da subito prescelto si basava su percorsi esterni al turismo di massa (leggasi italiano) e su una vicinanza alle tradizioni e alle persone di ogni luogo che si andava a visitare. Così è stato, infatti.
Dal momento dell’imbarco, a Brindisi anziché Bari, a quello dell’arrivo, Igoumenitsa anziché Patrasso. Dalla prima tappa, sulle Meteore fino ad arrivare a delle splendide insenature sull’estremo di terraferma bagnata dall’Egeo.
Anche la scelta delle isole, Skiathos dapprima e Thassos in seguito è stata felicissima. La prima, con spiagge da cartolina è forse più turistica della seconda, avendo meno possibilità di muoversi lungo il perigeo tanto da concentrare nella cittadina omonima quanti più turisti possibili.
L’isola di Thassos, invece, è un gioiello verde e azzurro incastonato a nord dell’Egeo.
Riposo e tanto sole… tanto da avere la così ricercata linea dell’abbronzatura! – mischiati a tanta tradizione e religiosità diffusa, nonché a singolari modi di fare e di essere, tali da essere all’estremo. Si passava dall’accoglienza di una signora nella cucina della sua taverna per farci vedere i piatti che poi ci avrebbe servito fino alla strafottenza di alcuni greci che mai e poi mai avrebbero chiesto scusa per esserti venuti addosso e averti rifilato caracche da antologia.

Concludo dapprima linkando definitivamente la pagina nel mio fotoblog dove sono contenute tutte le foto della vacanza in Grecia e infine ringraziando il mio compagno di viaggio, Riccardo, in posa assieme a me manco fossimo i Pink Floyd.
Ce l’abbiamo fatta anche stavolta!


Una foto un po' alla "Us and them"

Una foto alla Us and Them

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