Nella memoria collettiva, nella verità narrativa, nel dramma personale e nella gioia comunitaria… il pensiero dell'uomo è alla base della sua libertà. Questo è il blog di Marco Caporicci ;)
21 ago
Ovvero, buona fortuna in Greco.
Con queste parole ho salutato la gente del posto, volti e persone degne di rispetto e cordiali, luoghi e spiagge selvagge ma ospitali.
Ebbene sì, sono tornato dalla Grecia, da questo immenso e incredibile viaggio che mi ha portato due settimane via – ero realmente al di fuori di ogni cosa – dal caos romano e dalla stanchezza accumulata in un anno di lavoro&incazzamento (fatta eccezione della dolce parentesi croata).
L’itinerario da subito prescelto si basava su percorsi esterni al turismo di massa (leggasi italiano) e su una vicinanza alle tradizioni e alle persone di ogni luogo che si andava a visitare. Così è stato, infatti.
Dal momento dell’imbarco, a Brindisi anziché Bari, a quello dell’arrivo, Igoumenitsa anziché Patrasso. Dalla prima tappa, sulle Meteore fino ad arrivare a delle splendide insenature sull’estremo di terraferma bagnata dall’Egeo.
Anche la scelta delle isole, Skiathos dapprima e Thassos in seguito è stata felicissima. La prima, con spiagge da cartolina è forse più turistica della seconda, avendo meno possibilità di muoversi lungo il perigeo tanto da concentrare nella cittadina omonima quanti più turisti possibili.
L’isola di Thassos, invece, è un gioiello verde e azzurro incastonato a nord dell’Egeo.
Riposo e tanto sole… tanto da avere la così ricercata linea dell’abbronzatura! – mischiati a tanta tradizione e religiosità diffusa, nonché a singolari modi di fare e di essere, tali da essere all’estremo. Si passava dall’accoglienza di una signora nella cucina della sua taverna per farci vedere i piatti che poi ci avrebbe servito fino alla strafottenza di alcuni greci che mai e poi mai avrebbero chiesto scusa per esserti venuti addosso e averti rifilato caracche da antologia.
Concludo dapprima linkando definitivamente la pagina nel mio fotoblog dove sono contenute tutte le foto della vacanza in Grecia e infine ringraziando il mio compagno di viaggio, Riccardo, in posa assieme a me manco fossimo i Pink Floyd.
Ce l’abbiamo fatta anche stavolta!
12 ago
Ciao a tutti,
il blog continua a sfornare post ma in realtà è tutto programmato. Io me ne sto, lo spero realmente, beatamente sulle coste greche a sollazzarmi al caldo del sole e a sciacquettare il mio onorevole deretano nelle limpide acque elleniche.
Vi lancio però, poco prima di partire, un po’ di melanconia che vi arriverà quasi a metà agosto.
“…veramente non ti abbiamo chiesto cose melanconiche!”
” Aridaje… di chi è il blog?”
“…tuo”
“Debbo aggiungere altro?”
“…no, ho capito”
(esce di scena, col volto un po’ triste e rassegnato)
Tornando a noi, il video che intravedete qui sotto è un grandioso e suggestivo prodotto dei Beatles, la cui canzone, The long and winding road è uscita in Let it be del 1969.
Si parla di strada e di amori, di attesa e di tentativi, di vento e di arrivi. Una canzone che a risentirla oggi, così messa su, dà i brividi e piace dannatamente.
Buon ascolto!
8 ago
Nel senso plurare di Carme, composizione poetica!
Mettiamoci dunque in piena disposizione d’ascolto, confondendo emozioni e nostalgie, ricordi e sensazioni, dolori e passioni e lasciatemi introdurre un carme di Catullo, serendipitamente ritrovato, realmente molto suggestivo.
Inserisco sia la versione latina che, a seguito, la traduzione. Buona sognante lettura.
“Vivamus mea Lesbia,atque amemus,
Rumoresque senum severiorum
Omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt;
Nobis cum semel occidit brevis lux,
Nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deide centum,
Dein mille altera, dein seconda centum,
Deinde usque altera mille, deinde centum.
Dein, cum milia multa fecerimus,
Conturbabimus illa, ne sciamus,
Aut ne quis malus invidere possit,
Cum tantum sciat esse basiorum.”
“Dobbiamo mia Lesbia vivere, amare,
le proteste dei vecchi tanto austeri
tutte, dobbiamo valutarle nulla.
Il sole può calare e ritornare,
per noi quando la breve luce cade
resta una eterna notte da dormire.
Baciami mille volte e ancora cento
poi nuovamente mille e ancora cento,
e dopo ancora mille e ancora cento,
e poi confonderemo le migliaia
tutte insieme per non saperle mai,
perché nessun maligno porti male
sapendo quanti sono i nostri baci”.
3 ago
Ciao a tutti e bentrovati in questo afosissimo (non so voi ma io sudo, anzi, il sudore mi esce manco fossi una fontanella) agosto.
Vi scrivo che sono tornato da una prima tornata di vacanza in quel della Croazia, sull’isola di Brac. Vacanza bella e riposante, piena di bei panorami e un bel mare… quando il sole si degnava di affacciarsi (vero, Yuki?
)! Colgo l’occasione per invitarvi alla visione delle foto già pubblicate sul mio solito fotoblog: potete commentare pure lì le foto, lo sapete?
Torniamo però al titolo del post, titolo – ve ne sarete accorti – impegnativo e a rischio di banalizzazione pura da parte mia.
Ormai è diventato un modo di dire, ma spesso mi trovo a chiedere di fare vacanze o di visitare posti al netto degli italiani, ovvero senza che alcun chi di italico incroci il mio quieto camminare.
Perché?
Perché spesso (evito la prima, grande, generalizzazione) gli italiani all’estero sono insopportabili, molto più di quanto spesso lo siano qui in Italia.
Siamo abituati al nostro folklore, tanto che consideriamo normale – accettandolo – che si può parlare a voce alta anche senza l’effettiva presenza di rumore, o che in una fila si fa prima a passare per le vie laterali. Abbiamo esternato con fin troppa gioia (io ero uno di questi) la nostra vittoria al Campionato del mondo del 2006 e da bravi conquistatori pensiamo di poter espandere la nostra supremazia un po’ ovunque. Supremazia da ingegno, da artefizio, da “fatta la legge si trova l’inganno”, da conquistatori accaldati, da chi può far tutto senza che gli si venga detto niente, da chi ha (lo disse Berlusconi forse pensando che anche questo fosse merito suo) il bel tempo e la buona cucina.
I paesi che ci ospitano hanno ormai capito l’andazzo della nostra, tutta presunta, supremazia. E si sono attrezzati, in strutture e spirito per bene accoglierci. Ricordo nel mio ultimo viaggio a Praga, città che amo moltissimo, una discreta ostilità verso noi italiani soprattutto da parte delle istituzioni, così come non vorrei mai trovarmi a discutere con qualsivoglia polizia dei vari stati giustificandomi, oltre che per una presunta colpa, anche per un certo stereotipo in cui si cadrebbe.
Sottilizzando ancor di più (e strizzando l’occhio al rischio) si potrebbe dire che alcuni italiani, tra i tanti, perseverano nel loro essere provinciali. Sì, sapete di chi parlo e so pure che qualcuno di loro leggerà questo post. Cari partenopei, perdonatemi, ma talvolta alcuni di voi sono realmente arroganti, maleducati e omm’e niente. Specie in nave, specie in quei posti dove il resto del mondo è in silenzio e nel rispetto dei propri vicini, specie ovunque il vostro parlare ad alta voce (avete paura di essere inascoltati?) rompe la quiete di un luogo.
Non siete i soli, lo ammetto, ma siete i più.
Torna allora la domanda iniziale: come rispondere alla mia autoctonofobia quando sono all’estero? Quali sono i criteri (ce ne sono?) affinché possiamo tranquillamente definirci italiani e vivere bene con il mondo?
Difficile se non impossibile rispondere a questa domanda, il rischio è cadere nello stesso luogo comune nel quale ho rischiato di cadere prima.
Siamo onesti: ci sono alcune cose ancora comunemente condivise e rispettate dagli altri. Gli altri sanno che molto spesso le nostre capacità sociali sono positive, che sappiamo sorridere ed essere calorosi, che sappiamo farci accogliere e che rispondiamo con l’affetto. Sanno che dalla nostra parte c’è una non rara capacità di ingegnarsi, non per cercare il dolo, ma per cercare di venir fuori alle difficoltà con leggerezza e disimpegno. Sanno pure che l’incontro con un italiano che rispetta ed è educato ripaga dei tanti a-educati irrispettosi compatrioti.
Noi stiamo perdendo quel senso di italianità che a fatica abbiamo contruito nella storia, facendoci strada tra i molti conquistatori di terre e i pochi, ma più radicali, conquistatori d’anime. Tra questi ultimi non siamo ancora riusciti a far da parte il caimano, quello che più ha imposto e inculcato nella nostra testa l’idea di un modo di vivere decerebrato, amorale e quanto più individualistico possibile.
Se portassimo avanti la nostra capacità di rispetto, di umili tentativi di inserirsi – pur se nel breve tempo di una vacanza – nella cultura dei luoghi che visitiamo, sapessimo confonderci nel silenzio dei luoghi che visitiamo, sapessimo ascoltare il rumore del vento e il colore delle onde, trovassimo l’audacia di parlare qualche parola nella lingua del posto (oltre che a un almeno decente inglese), se capissimo che il mondo non è ai nostri piedi semmai noi al cospetto di luoghi e territori da lasciare uguali, se non in condizione migliore di come li abbiamo trovati…. se insomma riuscissimo a fare tutto questo, non potremmo godere di una migliore considerazione da parte degli altri?
Eppure ci vuole poco, realmente. Basta uscire un po’ da se stessi e dal provincialismo della propria coscienza e capire cosa dicono gli sguardi della gente dei luoghi di vacanza. Cosa loro esprimono e cosa cercano di comunicarti. Basta essere un po’ meno italiani per essere ancora più italiani al ritorno in patria… e non c’è dito medio che tenga.
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